“Potrebbe essere l’anno dell’Atletico Madrid, se non altro per vendicare Lisbona”. Mohammed Al Deayea, 43 anni, è il monumento del calcio dell’Arabia Saudita, se non altro per il record, imbattuto, di presenze in nazionale, 178. Oggi indossa eleganti abiti di sartoria e da Dubai commenta per “MBC Pro Sport Tv” i più importanti eventi del pallone. Racconterà la finale di Milano tra i colossi di Madrid prima di trasferirsi in Francia per gli Europei e chiudere con una toccata e fuga negli Stati Uniti in occasione della Copa America del Centenario.

MOMA FOTO

Moma” vive di calcio, non più quello agonistico, abbandonato nel 2012 (nel corso di un’amichevole di lusso contro la Juventus), ma veste i panni (come si diceva, raffinati) dell’opinionista. L’ho scovato esattamente 10 anni dopo il nostro primo incontro. Oggi al telefono, due lustri fa a Seefeld, il quartier generale dell’Arabia Saudita per Germania 2006. “Un giorno potrei anche diventare allenatore, ho il brevetto, ma preferisco criticare piuttosto che ricevere critiche…”, racconta con quell’ironia che non ha abbandonato nel tempo il suo spirito. Al Deayea considera Messi “il più grande al mondo. Scontato, no?”. Ma se deve fornire un altro nominativo tra coloro che sono chiamati a perpetrare la speranza laica in una religione da design, non ha alcuna esitazione, “Thomas Muller, senza pallone è il più forte del pianeta”.

Come accennavo ho conosciuto il totem del calcio saudita nella primavera di dieci anni fa, quando Radio Comunidad Valenciana mi aveva chiesto di documentarmi sull’Arabia Saudita, avversaria in Coppa del Mondo delle Furie Rosse. Seefeld, collocata su un assolato altopiano austriaco a metà strada tra cielo e terra, era il luogo ideale per lavorare in santa pace in vista dei mondiali. Avevo incrociato Al Deayea anche otto anni prima in Francia, ma a distanza di sicurezza, e soprattutto non era ancora un calciatore da leggenda. Lo diventò nel tempo, con quel pantalone della tuta che aderiva alle sue gambe muscolose e infinite. Credo che non si separasse dall’amuleto di stoffa neppure di notte, trasformandolo in un pigiama. Un po’ come Thomas N’Kono una vita prima nell’assolata Vigo.

Quel mattino a Seefeld mi sorprese, anticipandomi nelle domande e chiedendomi di Vincenzo Montella. Mi spiegò che l’allora “aeroplanino” vantava molti estimatori in Arabia Saudita. Gli chiesi se avesse mai avuto un’opportunità concreta per trasferirsi in Europa. “Nel 2001 Ferguson mi avrebbe voluto allo United per sostituire Barthez. Purtroppo emersero problemi con i permessi di lavoro”. Problemi spazzati via lasciando Riyadh, a fine carriera, e trasferendosi nella meno radicale Dubai. Da qui arriverà a Milano per la resa dei conti tra Simeone e Zidane (in rigoroso ordine alfabetico). “Mi schiero con l’Atletico. Oblak? Deve solo trovare continuità, ma è già tra i più grandi”. E Al Deayea? “Al Jaber e io abbiamo dimostrato al mondo che si può giocare a pallone, a buon livello, anche dove il caldo opprimente non fa crescere un filo d’erba”. Peccato che oggi le zolle arrivino dai vivaisti di Londra, fino a raggiungere il deserto. Togliendo l’ultimo lirismo alla “rabbia saudita”.



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