Oggi Calais è il nome della vergogna, della “jungle“, come dicono i francesi, e di quanto l’ultima stilla di umanità sia stata prosciugata dal sole dell’egoismo e dell’intolleranza razziale. Oggi è così, ma sedici anni fa proprio a Calais veniva narrata in un’appassionante quotidianità sportiva la storia dei ragazzi che accarezzarono la sostanza della leggenda.

Fu la stagione da canone inverso dei calciatori di Ladislas Lozano, impegnati nel “Championnat de France amateur“, l’equivalente della nostra quarta serie. Armati di forza, coraggio, discrete doti tecniche e, soprattutto, di tantissima incoscienza, riuscirono a mettere in riga le corazzate del calcio transalpino arrivando a disputare la finale di Coppa di Francia contro il Nantes. Una storia che meriterebbe una sceneggiatura, magari da affidare a quel genio del cinema d’oltralpe che risponde al nome di François Ozon. E dopo capolavori come “Gocce d’acqua su pietre roventi“, “Nella Casa” o “Giovane e Bella“, potrebbe anche saltar fuori una pellicola sui quasi invincibili.

Ozon in un qualche momento ci avrà persino pensato, gettando poi la spugna. Quella che invece è sempre rimasta saldamente nelle mani del Calais Racing Union FC, costruito attorno al portiere Cedric Schille, impiegato della camera di commercio, al bomber Mickael Gerard, magazziniere, o al trequartista Jerome Dutitre, maestro elementare, ragazzi che dopo la stagione fuori da ogni logica tornarono a essere calciatori dilettanti orfani dei superpoteri. Per la cronaca la squadra della Normandia passeggiò su Cannes, Strasburgo e Bordeaux arrivando a contendere il titolo nella finale del 7 maggio 2000 al Nantes di Landreau, Nestor Fabbri e Olembe. La gara si concluse con il successo dei “Canaris” per 2 a 1, ma a passare in vantaggio fu il Calais. Il gol del “maestro” Dutitre mandò in visibilio buona parte dei 78mila spettatori dello Stade de France, simpatizzanti del minuscolo Davide. La fionda non bastò e Golia, con i gol decisivi con Sibierski e Caveglia, sollevò il trofeo al cielo.

Il ricordo di quell’impresa non si può cancellare premendo la gomma sui tratti lasciati da una matita. Nel 2002, durante una delle mie tante vite africane, conobbi a Casablanca Lozano, era andato ad allenare il Wydad, perché in Francia, purtroppo, non se lo filava nessuno. “Ho messo nel cuore dei ragazzi fuoco, entusiasmo, passione. Credevo che qualcuno si ricordasse di me, e invece eccomi qui, un francese in Marocco. Immigrazione al contrario“. In quel momento mai avrebbe immaginato che l’immigrazione avrebbe toccato e travolto la sua piccola Calais, oggi figlia di una delle tante leggerezze dell’Ue e “ostaggio” di un mondo povero che chiede la legittimazione di sacrosanti diritti.

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