Non più tardi di una fa settimana la giunta direttiva del Club America, reduce dalla scoppola casalinga rimediata con il Leon, ha allontato l’allenatore Ignacio Ambriz, rimettendo dopo vent’anni il timone delle Millonetas nelle mani dell’istrionico Ricardo La Volpe.

Affari di famiglia

Nella primavera del 2006, alla vigilia del Mondiale tedesco, l’enigmatico Ricardo La Volpe ha come discepoli, e allo stesso tempo cavie del suo originale credo calcistico, i calciatori della Tri messicana, e come ogni commissario tecnico che si rispetti segue rigidamente il cerimoniale, diramando quello che tutti, appassionati e addetti ai lavori, attendono con impazienza, ovverosia la lista dei convocati. “El Bigotón”, nomignolo che deve ai suoi iconici baffoni da sceriffo, spiazza tutti, scatenando un inevitabile vespaio di polemiche: ha l’ardire di epurare un totem come Blanco in favore del “Chiquis” Garcia, suo pupillo ai tempi del Toluca, ma soprattutto marito di Sabrina, una delle figlie adorate. Il leggendario numero dieci americanista, tagliato a sorpresa dalla spedizione iridata, affida la sua replica stizzita alla stampa, mettendo in dubbio la professionalità di La Volpe e catalogando la scelta come “questione familiare”. Nonostante la nomea da cavaliere senza macchia e senza paura, l’aria da protagonista di film western, e un indole piuttosto irascibile, il Bigotón stempera i toni della discussione, limitandosi a fornire una motivazione tecnica: “Garcia è l’unico interno di centrocampo di piede sinistro che io conosca”. José Rafael, che non tollera un oltraggio del genere alla propria dignità, usa il passato, rivangato ad arte, come strumento di discolpa: “Nel 2002 l’allenatore era Aguirre, non ero sposato, e non conoscevo la mia attuale sposa. La verità è che sono tranquillo perchè sempre esisterà la polemica di matrice familiare.”. Una dichiarazione, che in verità somiglia più ad un’arringa di un solerte principe del foro, con il quale Garcia fa comprendere di sentirsi a proprio agio nel ruolo di braccio destro del Grande Capo.

Dieci anni più tardi, ad accompagnare El Bigotón, seduto accanto a lui sul volo che lo sta trasportando a Città del Messico per iniziare la seconda vita in azulcrema, c’è proprio Garcia, ora suo assistente prediletto. Nella foto evocatica pubblicata dai principali media messicani si vedono i due che, anzichè rilassarsi sulle confortevoli poltroncine di quello che potrebbe essere un comunissimo Boeing, sono gomito a gomito mentre confabulano spassosamente di fronte ad una delle inseparabili lavagnette tattiche. Una ripassatina generale prima della firma che verrà apposta qualche ora più tardi sul contratto, come testimoniano le foto pubblicate dal profilo Twitter ufficiale del club, in cui un sorridente La Volpe viene immortalato mentre stringe calorosamente la mano del suo nuovo datore di lavoro, il presidente americanista Ricardo Peláez.

Terra promessa

Anche se non è sceso in campo nemmeno per un minuto nel trionfale mondiale casalingo del ’78, Ricardo Antonio La Volpe faceva parte di quell‘Albiceleste capace di laurearsi campione del Mondo per la prima volta nella sua storia. A quel tempo, l’ ex perito commerciale di Buenos Aires indossava i guantoni per difendere la porta del San Lorenzo de Almagro, dopo aver badato per un quadriennio a quella del Banfield, società che lo aveva svezzato e fatto debuttare nel 1971. Sempre in quel periodo il Bigotón veste in modo stravagante e conduce uno stile di vita che poco si concilia con le esigenze accostabili ad un’atleta. Tabagista incallito, tanto che in allenamento si diverte a neutralizzare le conclusioni dei compagni stringendo tra le mani una sigaretta fumante, ama lasciare le camicie scientemente sbottonate, quasi a volere esibire il petto villoso e virile, oltrechè esaltare l’abbacinante luccichio delle catenine che sopra vi dondolano. Il baffo, ovviamente, è già scolpito su quel volto truce, ruvido, e spigoloso. Più che da calciatore, outfit e silhouette ricordano quelli di un boss del narcotraffico.

Un anno dopo il mondiale, attratto da lauti guadagni, se ne va in Messico. Lo ingaggia l’Atlante, dove resta fino al 1982, prima di passare all’Oaxtepec, club nel quale chiude la carriera da calciatore appena due anni più tardi. Il paese di Pancho Villa rappresenta la biblica terra promessa del “Bigotón”, quasi una seconda patria in cui ha trascinato anche la famiglia. “Non sono grato al Messico soltanto per la mia professione. Ho tenuto anche ristoranti e fabbriche. E’ questo il mio paese, in Argentina mi reco soltanto per le vacanze”. Nonostante questa appassionata dichiarazione d’amore, però, La Volpe ha più volte cortesemente rispedito al mittente le diverse proposte di naturalizzazione che gli sono puntualmente pervenute: “Quando ero tecnico della Tri, mi parlavano sempre di questo, e io rispondevo che non è un passaporto, un pezzo di carta, o un libretto a fare di me un messicano”. Perchè “lo mexicano está acá adentro”.

Salida lavolpiana

Dopo la primigenia esperienza sulla panchina dell’Oaxtepec, e un’altra subito dopo su quella del Puebla, nel 1986 scocca la scintilla con l’Atlante. Il Bigotón predilige un calcio propositivo, bandisce trequartisti e lanci lunghi, pretendendo contiguamente il rispetto incondizionato dei ruoli. Su una cosa proprio non transige: “Il giorno in cui un calciatore mi verrà a dire come giocare, mi dedicherò al baseball”. Nella sua celeberrima “salida” ci sono elementi cari a von Clausewitz e spruzzate di un menottismo incamerato ai tempi del Mundial, e rimodulato a propria immagine e somiglianza. Siamo nella metà degli anni 80′, e nell’iperuranio lavolpiano galleggiano idee e pensieri calcisticamente rivoluzionari: risalire il campo attraverso una fitta ragnatela di passaggi, coadiuvata da tutta una serie di lubrificati automatismi, senza mai affidarsi all’aleatorietà di una palla regalata alle nuvole, è quella preponderante. Sempre alla costante e spasmodica ricerca dell’”achique”, che poi sarebbe la superiorità posizionale in qualunque zolla del rettangolo verde, l’idea spuria lavolpiana prevede tre terzini srotolati a coprire tutta l’ampiezza della terza linea, due laterali factotum, sempre pronti a stantuffare, cosi come a dare sostegno alla retroguardia, tre mediani di possesso e due attaccanti mobili. In questo tourbillon di mosse sincronizzate e dogmi tattici inalienabili, la cui unica variante può essere l’innesto di un mediano di contenimento, non c’è spazio per l’enganche, l’uomo che nell’immaginario collettivo è il depositario del talento, quello, come si suol dire, “in grado di accendere la fantasia della gente”.

Horacio Pagani, giornalista argentino dalla lingua pungente, è uno di quelli che venera i numeri 10. Una volta, quando La Volpe allenava il Boca, si sono trovati a battagliare dialetticamente nel bel mezzo di un dibattito televisivo. Alle reiterate invettive del “periodista”, il Bigotón ha affilato gli artigli e risposto per le rime, prendendo in prestito frasi mitologiche di Johann Cruijff. Per certi versi la “salida lavolpiana”, più che alla voce “strategie calcistiche”, può essere considerata come un dogma laico: ci si crede, o meno. Juan Carlos Osorio, attuale commissario tecnico della nazionale messicana, e Pep Guardiola, uno che non ha mica bisogno di presentazioni, sono due dei proseliti più illustri. Fieramente iscritti alla Escuela Lavolpista, sono incaricati della missione, quasi mistica, di perpetuare l’idea, seppur declinata nella sue forme più o meno integraliste: “La Volpe es mi papà” ha candidamente confessato in un’intervista il “Profe”, mentre nel 2006, su articolo pubblicato da El Pais, e titolato “Salir de Novios”, il guru del Manchester City ne aveva elogiato apertamente i principi.

Con questa filosofia di gioco come stella cometa, La Volpe porta Los Potros de Hierro – nel frattempo sedotti, abbandonati per concedersi divagazioni per la verità infruttuose con Chivas e Queretaro, e nuovamente riabbracciati – a conquistare il torneo 1992-93, che resterà pure il suo unico titolo in bacheca fino al 2002, quando trionferà nell’Apertura da condottiero del Toluca.

Molti nemici, molto Bigoton

La ricerca e l’individuazione di un nemico comune, atto a stimolare e cementificare un gruppo di uomini, è un’idea tanto primordiale e animalesca quanto efficace e geniale. Nell’immediato post mondiale nippocoreano, quello in cui il Messico è sbattuto fuori dagli odiati dirimpettai yankees, La Volpe sostituisce il “Vasco” Aguirre, venendo nominato nuovo timonel della Tri. In quel momento il baffuto “entrenador” sta cavalcando l’onda del successo, reduce da un quadrienno di buoni risultati all’Atlas. Ma c’è chi proprio quella investitura fatica a digerirla. E’ Hugo Sanchez, momunento del calcio nazionale, e icona azteca a tutti i livelli, a criticare aspramente la decisione della Federazione, non lesinando stoccate al nuovo DT: “es envidioso”, manda a dire il Bigotón al più accanito di una folta schiera di nemici che comprende calciatori, tecnici e giornalisti di ogni ordine e grado. La millenaria rivalità tra i due affonda le radici nel passato da calciatori di entrambi. Durante una gara, “Hugol” aveva umiliato La Volpe, infilandolo con una tanto spettacolare quanto ardita “chilena”. Profondamente irritato, Il portiere aveva lanciato il guanto di sfida all’attaccante, promettendo che una cosa del genere non si sarebbe mai più ripetuta: “No me lo volverá a hacer“. Puntualmente, alla prima occasione utile Sanchez, se ne infischia dell’hybris e delle sue leggi sbeffeggiando il Bigotón, trafitto da una rovesciata che è nè più, nè meno, la copia esatta della prima. Tra finte tregue, e silenziosi armistizi verbali, le schermaglie tra i due non si placheranno mai.

Evidentemente, però, il carattere scontroso, il “rostro de piedra”, e la fumantinità delle sue uscite non fanno altro che attiragli, come un magnete ultrattrattivo, le antipatie dei diversi attori che popolano e agitano la scena calcistica nazionale e internazionale. A tal proposito, prima delle memorabili diatribe con Pagani, c’è un altro episodio in cui La Volpe si accapiglia verbalmente con i giornalisti, eccessivamente petulanti e invadenti a detta del guru. Sono gli ultimi giorni di Maggio del 2006, e il Messico, dopo aver perso una gara amichevole in Francia con les Bleus, sta proseguendo in Olanda la sua marcia di avvicinamento al mondiale tedesco. La Volpe, che soffre d’insonnia, se ne va al bar dell’hotel dove alloggia la Tri, venendo intercettato e concedendo un’ incendiaria intervista ad un giornalista di Record. Qualche giorno prima, sempre a mezzo stampa, il “KikinFonseca, all’epoca intruppato nelle fila nel Cruz Azul, si era detto insoddisfatto delle scelte del tecnico argentino, lamentandosi per il mancato impiego nella partita con i transalpini. “Quando non giocava nei Pumas, Hugo Sanchez faceva giocare quattro stranieri al posto suuo, eppure non ho ascoltato sue dichiarazioni”. Nelle sillabe pronunciate dal Bigotón, che innescano una specie di pandemonio in Messico, emerge tutto quell’ossessivo livore verso Hugol. All’indomani, quando l’intervista viene resa pubblica, la Volpe va su tutte le furie, accusando il giornalista di aver manipolato le sue dichiarazioni originarie. Affida quella che pare essere una rettifica ad un giornalista uruguagio presente in sala. Ma prima di inziare ogni tipo di discorso, si sfila Ia cerniera dei pantaloni, infilando la mano nelle mutande e iniziando ad agitare i propri genitali di fronte agli stupefatti giornalisti: “me la pelan”, che nel mondo sudamericano equivale ad un atto di umiliazione, è l’invito rivolto a tutti i presenti scelto da La Volpe per accompagnare un gesto così tanto assurdo quanto folkloristico.

Alcune delle molteplici liti e gazzare, dialettiche o meno, in cui si è ritrovato immerso e che hanno tratteggiato la parabola lavolpiana, trascendono le convinzioni calcistiche, o il gossip più becero, e vanno ricondotte ad una sfera più intima e privata: quella ancestrale della scaramanzia.

Tra i tanti ritiri scacciamalocchio presenti nel corollario lavolpiano, spifferato al mondo da due suoi ex allievi quali Felix Fernandez e Jesus “el Cabrito” Arellano, oltre a cose pittoresche, come visitare la stessa chiesa alle due di notte, arrivare allo stadio giusto in tempo per il fischio d’inizio, dormire rigorosamente con la testa rivolta verso Sud, o ancora sfregare apotropopaicamente testicoli di sculture sparse per il Messico, c’è anche il fatto, sicuramente più sgradevole e seccante, di evitare tassativamente contatti e saluti con il mondo esterno, specie gli avversari, prima dell’incontro.

Nel 2016 il Bigotón si è da poco messo alle spalle quello che lui stesso definisce “il periodo peggiore della mia vita”, riferendosi alla storia di molestie sessuali e avances spinte, di cui era stato accusato dalla podologa Belen Coronado, e che ne aveva comportato la fine della seconda avventura avventura col Chivas, ancor prima che questa potesse dirsi iniziata. L’occasione di riscatto gliela offrono i Jaguares. La Volpe accetta, e nel frattempo rispolvera le vecchie abitudini, facendo debuttare in Copa Mx il diciassettenne nipote Mauro Ricardo Andrade: mossa che ricorda molto da vicino l’affaire Blanco del 2006. Poi, dopo una gara persa 2-1 col Tijuana dell’amico ed ex scudiero Miguel Herrera, fa parlare di sè per un litigio a fine partita dai contorni grotteschi e, a pensarci, piuttosto ridicoli. Il movente, naturalmente, è il solito: “E’ mio amico, però ci sono cose che vanno rispettate. Non mi piace il saluto prima della partita: rischi di prendere la malaria”, si giustifica il Bigoton, tirando in ballo una dei suoi postulati scaramantici più invalicabili. Tra tutto questo, trova anche il tempo di scrivere e inviare una lettera alla FIFA in cui espone la sua formula per rendere più spettacolare e accattivante il gioco: se non fosse una soluzione inflazionata, e citata da una moltitudine di tecnici e non prima di lui, si potrebbe azzardare dicendo che La Volpe è stato il primo a proporre la rimozione di un effettivo. Giocando in dieci, infatti, secondo il verbo lavolpiano: “permitirá que los equipos se encierren menos y se va a recuperar el espectáculo”.

Obiettivi

Questo ritorno nell’universo americanista, dove più che altro è ricordato per la goleada (5-0) incassata dal Chivas nel Clasico Nacional del Verano ’96, è per La Volpe una sorta di balzo a ritroso nei meandri dello spazio-tempo. A sessantaquattro anni suonati, non è così azzardato pensare che quella di cui l’ha investito il Club America, sia una delle ultime, grandi missioni che è chiamato a compiere. Vincere campionato e/o coppa, cercando di non sfigurare al Mondiale per Club, sono gli obiettivi delle Aquille per celebrare al meglio un centenario che cade il dodici di Ottobre. Poi, forse, il tecnico argentino potrà intrattenersi a tempo pieno giocando alla play con gli adorati nipoti .”Soy bueno en el Play”, assicura. Parola di Bigoton. C’è da credergli.

 

 



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