Il peccato originale

Anche se nel 1975 “El CuateIgnacio Calderón, iconico portiere del Tri nel mondiale casalingo, è un monumento del fútbol messicano avvolto da un’aura quasi mistica, a tutti pare spropositato il prezzo faraonico pagato dall’ambizioso Club Universidad de Guadalajara per strapparlo ai concittadini del Chivas: sull’assegno recapitato al Rebaño Sagrado i Leones Negros ci hanno scritto l’iperbolica cifra di tre milioni di pesos.

Quando si è trattato di ridiscutere l’ingaggio, e Calderón ha chiesto un meritato ritocchino verso l’alto, l’irremovibile presidente chiverio Jaime Ruiz Llaguno  si è impuntato e ha fatto muro, prima di mettere il portiere in vetrina ad una cifra fuori mercato, convinto che mai nessuno avrebbe sostenuto un esborso simile: adesso, rimasto di stucco davanti all’evidenza, fatica a credere ai suoi occhi. Il fútbol messicano è letteralmente sotto shock. Per comprendere al meglio la portata storica, e stupefacente di quel trasferimento, possiamo prendere come termine di paragone un’altra operazione imbastita dallo stesso club quell’anno. Prima di mettere le mani sul “Cuate“, i Leones Negros avevano utilizzato la scappatoia di rilevare il titolo dei Diablos Blancos di Torreon per salire sul carrozzone della Primera División. L’operazione, che includeva l’acquisizione di una rosa di venti giocatori, aveva comportato l’esborso di due milioni di pesos: in pratica, Calderón, da solo, incideva a bilancio più dell’intera squadra.

Inevitabilmente, come sempre d’altronde quando l’irrazionalità sotto forma di valanghe di denaro irrompe impetuosa nel mondo del calcio fino a spezzarne gli equilibri e drogarne le dinamiche, la cosa desta scalpore, l’opinione pubblica si indigna e un po’ dappertutto si grida allo scandalo. Se con molta fantasia, e un pizzico di impertinenza, ci lanciassimo nell’azzardo di sostituire il giardino dell’Eden al mercato messicano, Calderón alla famigerata mela, i Leones Negros ad Adamo e las Chivas al serpente tentatore, ecco che capiremmo come questo sia il momento esatto in cui il fútbol messicano commette il peccato originale e si compromette, creando le condizioni ideali per l’inflazione di attecchire prima, e diventare galoppante e inarrestabile subito dopo.
Tre lustri più tardi, nel 1990, oltre l’intento molto salomonico di voler prevenire squilibri tecnici per scongiurare monopoli e favorire l’alternanza, e quindi tutelare in qualche modo anche il pathos e lo spettacolo, nel dietro le quinte della scelta di dare vita al Régimen de Transferencia, popolarmente conosciuto come Draft, si annidano la necessità impellente di arginare l’inflazione e impiantare i semi di una sostenibilità a lungo termine, la volontà di contrastare la speculazione, e il desiderio di liberarsi definitivamente di tutte quelle figure ambigue, e dai contorni torbidi, proliferate esponenzialmente e accalcatesi attorno alla scena calcistica messicana come avidi parassiti mossi dalla prospettiva molto pragmatica di spuntare qualche buon affare e vivere sulle spalle del sistema. Nella prima edizione, dove i calciatori eleggibili sono inquadrati in quattro categorie differenti, il volume delle transazioni complessive generato dai trasferimenti supera i ventiquattro milioni di peso: a rimetterci più di tutti è il Chivas, depredato di quattro pedine fondamentali.

Un Draft controverso e insopportabile

Nel corso degli anni la struttura, i principi e le dinamiche del draft sono mutati continuamente. Più che spontanea, o fisiologica, l’innovazione costante, e a volte persino traumatica, è stata piuttosto il risultato di vere e proprie crociate portate avanti dai calciatori decisi a rivendicare i propri diritti. Alla vigilia della Copa America 1993, ad esempio, i calciatori del Tri, capeggiati da un sindacalista d’eccezione come il totem Hugo Sánchez, sono sul piede di guerra e minacciano di boicottare la competizione: chiedono l’immediata abolizione dell’insopportabile draft. Poi giungeranno ad un compromesso: scenderanno in campo solo dopo essersi garantiti una maggiore libertà decisionale. Un anno più tardi, in occasione del primo draft mundialista, concomitante cioè con la kermesse planetaria ospitata dagli Stati Uniti, i calciatori vincono un’altra importante battaglia: con l’istituzione di una speciale categoria riservata ai futbolistas impegnati al Mondiali, quella dei Seleccionados, si vedono riconoscere una tranquillizzante proroga temporale, fondamentale per dilatare i tempi e permettere loro di trovare sistemazione senza frenesia, scongiurando il rischio di rimanere appiedati nella stagione successiva.

Anche se ancora oggi fioccano polemiche su questo bizzarro quanto controverso sistema di trasferimenti, ribattezzato in senso dispregiativo “mercado de piernas“, e la FIFA seppur in maniera blanda ha notificato al circus messicano più d’un invito ad allinearsi alle iscrizioni dello statuto internazionale, all’epoca dell’Emperador le regole sono persino più restrittive e finiscono per divorare quasi in toto la libertà individuale del calciatore, privato di ogni forma di dignità ed equiparato ad una merce. I diretti interessati, paradossalmente, non hanno voce in capitolo durante le trattative, né tantomeno sono liberi di scegliere la destinazione gradita: se hanno a cuore il loro futuro su un perimetro verde, devono sottostare al ricatto ed ingoiarlo passivamente. Emblematico, nel 1991, il caso di Alberto García Aspe. In quel momento “El Beto“, presente nell’elenco dei calciatori che più volte hanno avuto l’onore di indossare la maglia del Tri, ha terminato la sua avventura con i Pumas e a contendersene i fenomenali servigi ci sono il Necaxa e il Cruz Azul: lui strizza l’occhio alla Maquina Celeste, dove, non è un mistero, gradirebbe proseguire la carriera. Ma il piatto della bilancia dove sono adagiate le regole del Draft pesa decisamente di più di quello con sopra appoggiata la volontà di Aspe. C’è un criterio, che se da un lato può apparire nobile e solidale, dall’altra è la gabbia più raffinata nella quale imprigionare libertà e volontà individuale, secondo il quale un calciatore, a parità di offerte, è costretto a prendere in considerazione la proposta proveniente dalla squadra reduce dall’annata peggiore: quell’anno in classifica il Rayo si è piazzato dietro los Azules. Per cui non serve conoscere il pensiero del Beto, derubricato a poco più che un dettaglio: seppur controvoglia, il trasferimento al Necaxa è qualcosa di inesorabile.

Il Pacto de Caballeros

Al giorno d’oggi la manovalanza calcistica messicana è alle prese con un gigantesco problema di rappresentanza sindacale. Manca, sostanzialmente, una sigla sindacale sotto il quale identificarsi e in grado di tutelare gli interessi degli iscritti in piena autonomia e indipendenza, impermeabile cioè alle ingombranti interferenze provenienti dall’esterno. In linea teorica, l’unica entità presente nel panorama azteca ad essere investita della missione di farsi portabandiera dei diritti dei calciatori al cospetto dei padroni del vapore, e legittimata a trattare con gli stessi oltreché autorizzata a indire scioperi o incoraggiare altre forme di protesta, è la famigerata Comisión del Jugador, un organismo istituito nel 2003 e inglobato all’interno della stessa Federación Mexicana de Fútbol: decisamente non il massimo dell’indipendenza.

Da sempre molto sensibile a questo genere di questioni Rafa Márquez, il leggendario Gran Capitán del Tri tornato in patria all’Atlas di Guadalajara dopo la lunga e gloriosa avventura europea, insieme ad altri personaggi totemici del gotha azteca come Carlos Salcido del Chivas il “ChacoChristian Giménez del Cruz Azul e il “ConejoÓscar Pérez del Pachuca, si è fatto partecipe della causa dei suoi colleghi, prodigandosi in favore della creazione della Asociación de Futbolistas Mexicanos: un organismo, peraltro già registrato al numero 118.630 del Registro Pubblico e adesso in attesa dell’imprimatur della FEMEX, nato per catturare le istanze dei calciatori e risolvere controversie, come ad esempio l’incresciosa vicenda dei ritardi nella liquidazione degli stipendi ai tesserati dei Jaguares del Chiapas, in maniera del tutto autonoma e completamente indipendente.

Se oggi è un giornalista sportivo con il gusto per la polemica e particolarmente apprezzato dal pubblico per lo stile pungente e sarcastico ai limiti dell’impertinente, che lo ha portato a battibeccare con alcuni tra i personaggi più à la page dell’universo messicano come Ricardo La Volpe e Daniel Brailovski, dando vita a pittoreschi e memorabili siparietti, nel 1971 Carlos Albert torreggia al centro della difesa del Necaxa e ha a cuore i diritti suoi e dei compagni calpestati da continui soprusi legittimati da un sistema altamente vessatorio: è, insomma, quello che potremmo definire il sindacalista dello spogliatoio, il portavoce del gruppo nelle trattative coi dirigenti. Fondando la Asociación Sindical de Futbolistas, prontamente registrata presso la Secretaría del Trabajo y Previsión Social , e accogliendo l’immediata adesione di trecento tesserati, fa un ulteriore salto di specie e si consegna alla storia, anche se non può ancora saperlo, come il pioniere del sindacalismo calcistico messicano. Ergersi a paladino della giustizia, abitando un ruolo tanto gratificante quanto inviso a chi detiene il potere, contribuisce ad attirargli le antipatie delle società, che cominciano ad osteggiare il sindacato e a fare terra bruciata attorno ai suoi iscritti, posti di fronte ad crudele aut aut e minacciati con lo spettro di un embargo punitivo dai campi da gioco: rimanere nel sindacato o abbandonarlo per proseguire senza ulteriori noie la carriera, questo è il dilemma che attanaglia la flotta calcistica messicana. Lo sciopero che segue, con tanto di simboliche bandiere rosso e nere portate a sventolare negli stadi, è solo un’illusione: quando la maggior parte dei protagonisti sente venir mancare la terra sotto i piedi, e capisce che di scherzare col fuoco non è poi cosa, fa una brusca marcia indietro, defluendo in massa dal sindacato, impoverito e destinato a scomparire nel giro di qualche mese. Nonostante il fallimento del suo progetto, e dopo aver anche assistito nel corso degli anni all’inabissarsi dei diversi tentativi di costituire un sindacato indipendente dei calciatori in Messico (come ad esempio, negli anni ’90, il naufragio della Asociación de Futbolistas Profesionales di Alfredo Tena e Javier Aguirre, seguito dal tracollo e la scomparsa nel 2007 della Futbolistas Agremiados de Mexico partorita dall’ideale di solidarietà di José María Huerta Carrasco), Carlos Albert non si è perso d’animo e ha già provveduto a far recapitare dei preziosi consigli a Márquez, sottolineando l’importanza di un fattore chiave come il sostegno della stampa: “Deve mantenere l’autonomia di fronte a tutti. E non deve avere nulla a che fare né con la Federazione, né con la Lega. Quando ci provammo noi la stampa era totalmente controllata dai potenti. Oggi, però, c’è una certa stampa indipendente che può contribuire ad informare in maniera neutrale la gente.

Nel mirino di Márquez & Co, così come della FIFA e degli osservatori nazionali ed internazionali, c’è finito il tristemente noto “Pacto de Caballeros“, una sorta di tacito accordo tra i padroni del vapore che affonda le radici nel campo delle consuetudini millenarie e si autoalimenta in quello dei codici d’onore da rispettare pedissequamente fino ad orientare il mercato alla stregua di una norma legittimamente presente nei regolamenti, secondo il quale un giocatore, seppur svincolato, non può essere ingaggiato da un’altra società se prima questa non ha provveduto a corrispondere un indennizzo economico alla formazione d’appartenenza: la cosa vale anche per i trasferimenti dall’estero, come dimostrano i casi paradossali di giocatori del calibro di Gerardo Torrado o Aldo de Nigris, prigionieri in una gabbia invisibile e letteralmente impossibilitati a fare ritorno in Messico, riabbracciato poi dopo mille traversie e solo grazie alla magnanimità di un mecenate disposto a versare qualche soldo.

Una pratica immorale, questa messa in atto quasi in maniera lobbistica dai presidenti allo scopo di proteggere il proprio tornaconto e in barba a qualsiasi tipo di libertà individuale, che Claudia Delgadillo González, una deputata del PRI, il partito più popolare del Paese dell’attuale presidente Enrique Peña Nieto, senza diluire la potenza del messaggio in pletorici giri di parole, non ha esitato ad inserire paradigmaticamente tra le “forme di schiavitù moderna“, promettendo di presentare un’istanza al Congresso per modificare in senso favorevole ai calciatori la Legge Federale del Lavoro.

Il Draft oggi

Nel frattempo, archiviate le celebrazioni del Chivas per la conquista del Clausura 2017 arrivata ad interrompere un digiuno di titoli lungo undici anni, il Draft si sta preparando a smuovere le solite valanghe di pesos per far sognare i tifosi con il “fútbol de estufa” , il calciomercato in salsa essicana, in vista di un’Apertura il cui start è stato annunciato per il 21 Luglio, esattamente una settimana dopo la consegna del Pallone d’Oro messicano a Los Angeles: piuttosto in controtendenza con quella crescita generale che ha permesso alla Liga MX di collocarsi immediatamente a ridosso dei top campionati e la Superlega cinese in più d’una statistica dai risvolti economici e finanziari, nell’ultimo draft invernale, tenutosi occasionalmente a Toluca nei nuovi locali della Federazione, si è registrata la miseria di quarantasei movimenti, perlopiù prestiti, per un ammontare complessivo di circa 484 milioni di pesos. Nel semestre precedente, invece, il volume d’affari generato dal Draft era stato quasi del doppio.

Dopo aver stilato e reso pubbliche le liste degli indesiderati, che oltre ad essere la prima tappa di avvicinamento al cosiddetto “Día D” è anche un modo istituzionale e forse un po’ brusco per sbolognare tutti quei giocatori finiti ai margine delle rispettive rose, a partire dal 5 Giugno i dirigenti e gli allenatori delle formazioni di Liga Mx e Liga de Ascenso si sono rinchiusi in un lussuoso hotel di Cancun dotato di ogni sorta di confort, e hanno iniziato a dar vita alle contrattazioni spinti dall’urgenza impellente di puntellare gli organici: il sipario sulle operazioni riguardanti il massimo campionato è calato ieri, mentre oggi rimbomberà il gong sui trasferimenti della cadetteria. Le acquisizioni dall’estero, invece, saranno consentite fino a settembre. Per la prima volta tra i tavoli dell’albergo non si sono visti aggirare i procuratori: la loro presenza è stata proibita da una circolare vergata da Enrique Bonilla, il presidente esecutivo congiutamente della Liga MX e della Liga de Ascenso.

Insomma, anche se i moniti della FIFA si stanno facendo sempre più pressanti e qualche foglia comincia a muoversi seppur lentamente, il “Pacto de Caballeros” e il Draft continuano ad essere abitudini alle quali il circus messicano sembra avere tutta l’intenzione di conservare, e nessuna voglia di mollare per uniformarsi ai diktat della FIFA e omologarsi al resto del globo.



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