C’era una volta il grande Brasile, orgoglio di un intero paese. Ora, invece, si raccolgono i cocci di quello attuale, che non entusiasma più e sopratutto non diverte, prerogativa imprescindibile per un paese alle prese con problemi giornalieri.

Il Dunga-bis é finito esattamente come la prima versione: una grossa delusione, con un esonero scontato. Più in generale, i verdeoro non alzano un trofeo dal 2007, anno in cui vinsero la Copa America in Venezuela battendo 3-0 l’Argentina. Per analizzare la crisi del calcio brasiliano dobbiamo concentrarci su un punto in particolare, ovvero il metodo di lavoro utilizzato nelle giovanili.  I ragazzi abituati a giocare un calcio di strada fatto di talento e giocate sublimi, una volta ingaggiati nei settori giovanili dei club più blasonati, perdono la loro indole e la loro capacitá tecnica, studiando ore e ore di tattica. Da Rio a San Paolo, passando per tutte le altre realtà del calcio brasiliano, si gioca un calcio troppo lento, basato su passaggi in orizzontale che non facilitano più la nascita dei numeri 10. L’ultimo forse, in ordine di tempo, è Ganso, chiamato in extremis da Dunga per la Copa del Centenario, mai utilizzato e condizionato da una fragilità muscolare preoccupante e da una lentezza di gioco che ne hanno, almeno per ora, pregiudicato un eventuale sbarco in Europa.

Non è stata sicuramente l’ultima eliminazione a scaturire una crisi già profonda e figlia di un sistema ormai logoro, in cui tutti i club sono in profonde difficoltá nonostante i tanti talenti prodotti.

Lo stile di gioco é oramai cambiato e si tende a “copiare” l’Europa, ma più lentamente. Prima di liberarsi del pallone, i giocatori temporeggiano troppo e, in un calcio  come quello brasiliano, non fanno altro che abbassare i ritmi e la qualitá delle giocate. Possiamo dire che, in Brasile, si giochi all’europea ma con una mentalità brasiliana.

Possiamo concludere facendo l’esempio di un giocatore molto chiacchierato al momento: Gabriel Jesus. Seguito da tutte le big europee, il classe ’96 viene erroneamente considerato un 10, ma in realtà è un numero 9, nonostante il fisico possa ingannare. All’interno dei confini brasiliani fa la differenza, perchè le sue qualità sono straordinarie e, in un modo o nell’altro, il pallone gli arriva. Uscendo dai confini, però, viene spesso catalogato come giocatore ancora tutto da formare, ovviamente con grande potenziale e tantissimo talento, che però va ancora coltivato e fatto crescere.

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