Quella che si appresta a partire, per la Costa d’Avorio, sarà la prima coppa d’Africa senza l’eroe di Abidjan, Boubacar “Copa” Barry.

Nella storia della CAN, sono state molte le partite decise ai rigori (la prima nel 1982, che sancì la vittoria del Ghana ai danni della Libia). Si sa, quella dal dischetto è una partita a sé. E’ una sfida di nervi, di concentrazione, nella quale, al momento del tiro decisivo, anche un tifoso dietro la porta, uno sguardo con il portiere o, perché no, una mosca potrebbero risultare determinanti. E la Costa d’Avorio di tiri dagli 11 metri ne sa qualcosa. Per non cadere nel banale amore/odio, il rapporto che intercorre fra i rigori e gli elefanti è un qualcosa di mistico, ai limiti dell’esoterismo, che ha spesso portato alla più violenta delle reazioni calme: le lacrime. Sono molte infatti le sconfitte arrivate proprio dagli 11 metri, come la semifinale del ‘94 con la Nigeria, i quarti del ‘98 con l’Egitto, la finale del 2006 con l’Egitto e la finale del 2012 con lo Zambia. Però, come si suol dire, esiste anche l’altra faccia della medaglia, dove le lacrime versate si trasformano in quelle di gioia.

La prima vittoria nel torneo, quella del 1992 contro il Ghana, è giunta proprio ai rigori, dopo una serie di ben 24 tiri. A decidere tutto fu una sola persona: Gouamené. Prima segnando il rigore, e poi parando quello del ghanese Baffoe. In un’intervista dirà: “Sentivo il piede destro paralizzato. Mi convinsi che non stavo tirando io, ma il mio Paese. Chiusi gli occhi e calciai di sinistro”. Ma questa storia, già di per se entusiasmante, non è l’unica in termini di vittorie dal dischetto. Nel 2006 infatti si aggiunse la vittoria nei quarti di finale contro il Camerun di Eto’o. Anche quella serie fu lunghissima, caratterizzata prima dalla rete Jean-Jacques Tizié, portiere dei verdi al quale, l’anno precedente, avevano dovuto asportare un testicolo, colpito in uno scontro dal ginocchio del nigeriano Ogochukwu Obiakor, poi dall’errore proprio di Eto’o, che mandò la sfera alle stelle.

Esiste un’ulteriore storia, che oltre ad essere la più recente, è anche la più bella, la più emozionante, proprio per come si sviluppa. E’ il 2015 e la Costa d’Avorio, come consuetudine, parte tra le squadre favorite per la vittoria della CAN. Vi è, però, anche una novità: il portiere titolare non sarà più Barry, che ha difeso la porta per 3 mondiali e sei coppe d’Africa (indimenticabile la sua esultanza al mondiale brasiliano con l’erba fra i denti), ma Gbohouo, 9 anni più giovane, 10 centimetri più alto e 13 chili più potente. La scelta, oltre ad essere difficilmente contestabile, si rivela anche azzeccata, perchè Gbohouo fa il fenomeno, fermando il Camerun e parando tutto contro l’Algeria. Però le storie sono così, particolari. Anzi, non sarebbero così intriganti se non esistesse un colpo di scena. Gbohouo si infortuna proprio prima della finale, di nuovo contro il Ghana, e al suo posto è chiamato Barry, con le sue 36 primavere. Anche stavolta tocca di nuovo ai portieri (il Ghana si trovava avanti 2 a 0 dopo i primi due rigori). Barry mantiene la lucidità. Rincorsa, esecuzione perfetta, Goal. Il tutto con dolori ad una mano e ad una gamba. Poi tocca al suo collega Razak. Parata. “Sono stato criticato. Non sono grande né di taglia né di talento, ma lavoro. Mi piace la critica, perché mi permette di progredire”

Il palmares ci permette di conoscere l’identità del vincitore, ma gli ivoriani hanno scoperto un nuovo eroe in Barry, uno improbabile e altamente insospettabile. Boubacar infatti è riuscito dove gente del calibro di Drogba ci ha provato per anni invano, ovvero riportare la Coppa d’Africa nuovamente in Costa d’Avorio, dopo ben 23 anni.

In attesa di questa nuova edizione, grazie ancora Copa!



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