Flat tax, previsto un calo delle tasse da mille fino 15mila euro

Partite Iva. Con la flat tax il risparmio potrebbe andare da un migliaio fino a quasi 15mila euro con l’ampliamento del regime forfettario. Il tutto ovviamente a seconda delle professioni e del reddito. Secondo le simulazioni della Confederazione nazionale dell’artigianato, la flat tax al 15% (fino a 65mila euro di redditi, e al 20% fino a 100mila) porterebbe più vantaggi ai professionisti, che risparmierebbero tra i 2.241 e i 12.638 euro, seguiti dagli edili (tra 2.051 e 14.925 euro). L’attuale regime forfettario, in vigore dal 2016, prevede l’applicazione di un’aliquota del 15% (del 5% per i primi cinque anni di attività) in sostituzione della tassazione IRPEF, IVA ed IRAP, su un reddito determinato applicando delle percentuali di redditività sui ricavi generati. Il regime prevede, inoltre, l’esonero da quasi tutti gli adempimenti fiscali compreso lo spesometro, gli indici sintetici di affidabilità (prima studi di settore) e la fatturazione elettronica in vigore dal prossimo primo gennaio 2019.

Flat tax, uno su tre è sotto la soglia: regime forfettario, vantaggi e svantaggi

Stando a quanto dicono le stime effettuate e contenute nel Rapporto 2018 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica, ed elaborati dall’Adnkronos, lo scaglione che dichiara fino a 15.000 euro l’anno, pari a 17,6 milioni di contribuenti, paga un’imposta media del 5,2% mentre lo scaglione successivo, tra 15.000 e 28.000 euro, versa il 14,4%. Tutto merito degli sconti fiscali, per che queste due fasce ammontano a 67,2 miliardi di euro, su un totale di 107,4 miliardi tra detrazioni e deduzioni.

Tutto merito degli sconti fiscali, per che queste due fasce ammontano a 67,2 miliardi di euro, su un totale di 107,4 miliardi tra detrazioni e deduzioni. I dati sono contenuti nel rapporto 2018 della Corte dei conti sul coordinamento della finanza pubblica, ed elaborati dall’Adnkronos.

Le aliquote legali, per i primi due scaglioni, sarebbero rispettivamente del 23% e del 27%. Nel dossier la magistratura contabile osserva che l’introduizione di un’aliquota unica ”potrebbe ridurre il grado di progressività del sistema, così come provocare una perdita di gettito complessivo. Questi sono dunque gli impatti di cui occorre avere corretta misurazione nel discutere le proposte di flat tax”.

Per lo scaglione tra 28.000 e 55.000 euro, che comprende 6,2 milioni di contribuenti, l’aliquota media effettiva è pari al 21,4% (38% quella legale); mentre per quello successivo (tra 55.000 e 75.000 euro) l’imposta sale al 27,4% (41% quella legale). Infine per l’ultimo scaglione, quello che supera i 75.000 euro, il prelievo arriva al 33,2% (43% quella legale). Le ultime due fasce insieme comprendono 1,8 milioni di contribuenti, equamente divisi.

In totale i soggetti dichiaranti sono 40,1 milioni, per un reddito complessivo di 844,6 miliardi di euro. Il primo scaglione (fino a 15.000 euro) dichiara un reddito pari a 127,6 miliardi e i contribuenti ricompresi hanno potuto godere di deduzioni per 7,3 miliardi e detrazioni di 20,1 miliardi, per un totale di 27,4 miliardi di euro (pari al 25,5% degli sconti fiscali). Gli appartenenti al secondo scaglione (tra 15.000 e 28.000 euro) hanno dichiarato un reddito pari a 311 miliardi. Hanno ottenuto sconti in deduzioni pari a 12,7 miliardi più altri 27,1 miliardi di detrazioni, per un totale di 39,8 miliardi, che ammontano al 37,1% dei 107,4 miliardi di agevolazioni fiscali.

La terza fascia (tra 28.000 e 55.000 euro) ha dichiarato un reddito di 229,6 miliardi di euro e ha ottenuto 13,5 miliardi di deduzioni a cui si sommano 10,4 miliardi di detrazioni, per un totale di 23,9 miliardi che corrispondono al 22,2% degli sconti totali. Ci sono poi 900.000 contribuenti che appartengono al quarto scaglione (tra 55.000 e 75.000 euro) che hanno dichiarato 55 miliardi e hanno ottenuto 4,4 miliardi in deduzioni e 1,1 miliardi in detrazioni, per un totale di 5,5 miliardi, pari al 5,1% del totale. Infine l’ultimo gruppo, composto da 900.000 contribuenti che hanno dichiarato 121,5 miliardi e hanno ottenuto 9,3 miliardi di deduzioni e 1,6 miliardi di detrazioni, per un totale di 10,9 miliardi (10,1% delle agevolazioni).

Per i giovani fino a 35 anni e per gli over 55 il regime agevolato consisterà in una flat tax del 5%, aliquota di tassazione sostitutiva Irpef oggi prevista per le start up nei primi anni di attività.

Novità in termini di flat Tax e nonostante ancora ci si trovi in piena estate, è arrivata la nuova proposta avanzata direttamente dal ministro Matteo Salvini, che sta facendo parecchio discutere. Si tratterebbe di una novità che soltanto ipoteticamente, Almeno per il momento, comporterebbe un restringimento della platea nonché una modifica delle regole. Sul tema flat Tax il ministro Salvini non sembra essere disposto a fare dei passi indietro tuttavia, è piuttosto convinto di apportare delle novità che riguarderebbero il regime forfettario che prevede un aumento di quelli che sono gli attuali limiti di ricavi, oppure dei compensi per i titolari di partita IVA al 15% fino ad un massimo di €100000. In Italia fino ad oggi tutti sono stati alla ricerca disperata del posto fisso, di cui tanto ha parlato Checco Zalone nel suo film.

Il posto fisso Sicuramente è una garanzia per chi è alla ricerca di permessi, buste paghe saldate con regolarità, ferie pagate, tutti i vantaggi di cui spesso coloro che hanno una partita IVA non possono godere, ma almeno fino ad oggi Perché nel caso in cui dovesse arrivare l’aliquota al 15% fino a €100000, Quasi quasi sarebbe ideale licenziarsi. Si parlerebbe Dunque di mini flat tax per gli autonomi ed è sostanzialmente questa la proposta di legge del ministro Salvini che è stata già depositata e che potrebbe rendere molto più conveniente, ovviamente dal punto di vista fiscale, lavorare con una partita IVA con un regime forfettario e fino a €100000 rispetto al contratto da lavoratore dipendente.

Fino ad oggi il sistema forfettario prevedeva un’aliquota fitta al 15% e in alcuni casi anche al 5%, per coloro che avviano una attività, ma con un fatturato Massimo che non deve superare i 30.000 euro. Adesso però l’innalzamento della soglia potrebbe in qualche modo Aumentare la potenza competitiva del regime fiscale agevolato per gli autonomi. Questo potrebbe essere davvero considerato un problema. La proposta di legge della Lega che dovrebbe di fatto sostituire l’IRPEF e l’irap è stata depositata lo scorso giovedì sostenuta dal ministro Salvini e firmata anche dai 5 stelle.

L’aliquota passerebbe al 15% per le imprese fino a €100000 di ricavi all’anno, mentre prima il tetto era fissato a 30.000 euro, mentre sarebbe del 5% per Le startup e le persone che hanno meno di 35 anni. È stata definita una misura piuttosto Popolare che potrebbe andare bene soprattutto alle settentrione, Tuttavia il rischio sarebbe soltanto uno ovvero quello di generare la corsa trasformare i contratti di lavoro dipendenti in rapporti autonomi. Infatti molti datori di lavoro potrebbero cominciare a premere sui propri dipendenti per licenziarli e impiegarli poi con partita IVA.

In Italia, alcuni partiti politici (Lega, Forza Italia, Energie per l’Italia) hanno proposto l’introduzione di una flat tax. Inoltre una proposta molto dettagliata è stata avanzata dal think-tank Istituto Bruno Leoni (IBL), che l’ha affiancata a una profonda revisione del sistema di sostegno sociale per i meno abbienti . Quali sono i vantaggi di una flat tax? Il grande pregio della flat tax è quello di rendere il sistema fiscale più semplice e trasparente, riducendone i costi di adempimento. Inoltre l’aliquota di tassazione verrebbe normalmente fissata a un livello tale da ridurre la pressione fiscale, il che potrebbe avere vantaggi aumentando l’efficienza del sistema economico e riducendo l’incentivo all’evasione. Consideriamo separatamente questi aspetti. a) Semplificazione Questo è un vantaggio molto importante, soprattutto per un paese come l’Italia dove il sistema di tassazione è molto complesso.

Occorre però capire che in paesi come il nostro la complessità della tassazione sui redditi non deriva tanto dall’esistenza di diverse aliquote, ma dalla complessità della base imponibile delle imposte sul reddito. Quest’ultima riflette una pletora di agevolazioni varie (spese fiscali o tax expenditures) che si sono accumulate nel tempo senza seguire un disegno complessivo e che creano distorsioni e disuguaglianze di trattamento tra diversi soggetti di imposta. Il sistema della tassazione sui redditi potrebbe quindi anche essere semplificato mantenendo aliquote diverse per diversi scaglioni di reddito. Ciò detto, l’introduzione di una flat tax potrebbe fungere da catalizzatore per la semplificazione fiscale, finora rivelatasi impossibile nel contesto del sistema attuale.

La complessità delle imposte sui consumi (l’IVA) deriva invece spesso dall’applicazione di diverse aliquote a prodotti diversi, il che genera spesso confusione sull’aliquota da applicare (sulla base di definizioni vaghe delle merceologie di prodotti). In questo caso, quindi, l’unificazione delle aliquote costituirebbe un importante elemento di  semplificazione, anche dal punto amministrativo. Le aliquote agevolate (o più elevate di quella standard) sono solitamente giustificate dalla necessità di introdurre un elemento di progressività nella tassazione indiretta, ma comportano un sussidio per gli acquisti di certi prodotti anche dai consumatori abbienti. Meglio sarebbe unificare le aliquote e compensare chi ha reddito più basso con trasferimenti diretti.

Tuttavia, le proposte di flat tax avanzate in Italia non sono estese all’IVA, tranne quella dell’IBL, che tuttavia mantiene le aliquote agevolate più basse. b) Effetti sulla crescita economica I promotori della flat tax sostengono che questa aiuti la crescita economica in due modi: primo, il minor livello di tassazione renderebbe il sistema economico più efficiente perché ridurrebbe le distorsioni causate dalla tassazione; secondo, la semplificazione del sistema ridurrebbe il costo degli adempimenti burocratici. È difficile quantificare gli effetti della flat tax sulla crescita reale. Pochi studi sono stati condotti a riguardo e i paesi che la hanno adottata sono poco similari al nostro; questi hanno effettivamente registrato un elevato tasso di crescita dopo l’introduzione della flat tax, ma è difficile provare empiricamente la correlazione tra maggiore crescita e nuovo sistema di tassazione.

È anche difficile estendere i possibili risultati, relativi ad economie in transizione, a paesi come l’Italia. Una questione connessa è se una maggiore crescita possa derivare attraverso un terzo canale, ossia la riduzione del grado di progressività del sistema di tassazione. Tale riduzione potrebbe indurre un aumento delle ore lavorate da parte dei lavoratori più qualificati (ad alta produttività quindi) che beneficerebbero maggiormente ella riduzione delle aliquote marginali e della progressività del sistema. Tuttavia, come conclude un recente lavoro del Fondo Monetario Internazionale: “Non esiste una forte evidenza empirica che mostri che la progressività è dannosa alla crescita…l’evidenza empirica riguardo il legame diretto tra progressività della tassazione e crescita è mista…la maggioranza delle specificazioni [negli studi empirici] non riporta effetti della progressività sulla crescita…Questo risultato non elimina la possibilità di un impatto negativo sulla crescita di sistemi di tassazione estremamente progressivi, come le aliquote di quasi il 100 per cento in Svezia o nel Regno Unito negli anni ’70, ma suggerisce che non ci siano prove chiare che i livelli di progressività visti finora nei paesi OECD siano stati dannosi alla crescita in maniera dimostrabile.”3 Detto questo, è possibile che la flat tax porti ad una maggiore crescita partendo da un sistema di tassazione complesso e inefficiente, ma l’incertezza sugli effetti relativi consiglia prudenza, evitando di pensare che la flat tax possa essere “autofinanziata” dai proventi della maggiore crescita.

Che cos’è la flat tax: maxi taglio fiscale per i ricchi, rischio beffa per i poveri La scheda. Le caratteristiche della “tassa piatta” che si prepara ad entrare nel programma di governo gialloverde e che costa almeno 50 miliardi.

Chi avvantaggia e perché 252 Che cos’è? Nel gergo anglofilo della politica economica e delle tasse viene chiamata flat tax, significa tassa piatta, ma anche con la traduzione in mano non si capisce. “Piatta”, ma perché? L’aggettivo viene dal linguaggio degli economisti che parlano riferendosi ad un grafico con una curva dove sono rappresentati il reddito (ascisse) e il peso delle tasse (ordinate). Se la curva cresce al crescere del reddito, si parla di tasse progressive, se invece resta ferma al cres cese del reddito appare piatta e dunque le tasse sono meramente proporzionali.

Detto questo dobbiamo spiegare che cosa sono le tasse progressive e quelle proporzionali. Il principio di progressività non è così intuitivo, perché prevede che chi guadagna di più paghi più che proporzionalmente, mentre nel sentire comune il termine “proporzionale” già sembra sinonimo di equità. Invece quando si parla di soldi non è così perché, come diceva Einaudi (un grande economista che è stano anche presidente della Repubblica) le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro, dunque il ricco può pagare di più. Quello che diceva Einaudi è talmente vero che la nostra Costituzione all’articolo 51 impone che che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

La flat tax è stata mai applicata? Il 19 novembre del 2004 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ritorno da una visita ufficiale nella giovane democrazia della Repubblica slovacca, dove aveva esaltato le ricette dell’economista, consigliere di Reagan, Arthur Laffer, rilanciò l’idea della flat tax che del rasto, fin dal programma del 2001 era stato uno dei suoi cavalli di battaglia. E’ vero che molti paesi dell’Est hanno adottato l’aliquota unica ma bisogna considerare che quei paesi, usciti dai regimi non di mercato, non avevano un sistema fiscale sviluppato, quindi la certezza di una aliquota al 15 o 16 per cento era giù un successo.

E gli americani? Anche i falchi americani delle tasse non hanno mai avuto vita facile. Milton Friedman consigliò la flat tax a Reagan che tuttavia non la adottò e nel 1986 si limitò a tagliare l’aliquota massima con il celebre Tax Reform Act. Più tardi, lo specialista Alvin Rabushka, tentò di dare consigli a George W. Bush: ma persino George junior si limitò a limare l’aliquota più alta in vigore negli Usa di circa 5 punti portandola al 35 per cento e rifiutò di introdurre l’aliquota unica proposta dal miliardario Steve Forbes (che per questo lo attaccò duramente). Obama la riportò all’attuale 39,6 nel 2013. L’esercizio del taglio delle tasse non è facile. Da qualsiasi sponda dell’Atlantico si cerchi di attuarlo. Ora veniamo all’Italia. La flat tax contenuta nel programma gialloverde è un grosso cambiamento rispetto all’attuale sistema.

I puristi possono dire che non si tratta di una vera e propria flat tax, perché non ha una sola aliquota ma ne ha due, ma se si guarda la curva della progressività (vedi sopra) ci si accorge che il risultato della “quasi flat tax” non cambia molto: invece di una linea retta c’è un piccolo scalino. Come funziona? Le due aliquote sono del 15 e del 20 per cento, invece delle cinque attuali. Sui redditi fino ad 80 mila euro lordi si pagherà il 15 per cento e sulla parte che eccede gli 80 mila euro si pagherà il 20 per cento. Per attenuare la rozzezza delle due aliquote e dare un po’ di progressività anche il progetto di flat tax gialloverde introduce delle deduzioni per i familiari (3.000 euro per ciascun familiare a carico) che diminuiscono fino ad azzerarsi al crescere del reddito oltre gli 80 mila euro.

La novità fondamentale da tenere presente che la nuova flat tax, almeno nei progetti, si propone come familiare, cioè l’aliquota si calcola sulla somma del reddito dei coniugi, creando delle differenze con le coppie monoreddito tutte da valutare. Chi ci guadagna e chi ci perde? Il risultato della flat tax, secondo l’economista Massimo Baldini dell’Università di Modena, che ha scritto un dettagliato articolo sulla voce.info, si verificherà un gigantesco trasferimento di ricchezza a favore dei più abbienti: così come è congegnata la riforma ci guadagneranno solo i redditi alti e i poveri resteranno a guardare. La palazzina a cinque piani. Immaginiamo che i contribuenti italiani abitino un palazzo a cinque piani: al primo i più modesti, nell’attico i più benestanti.

Ebbene al primo piano c’è il nucleo che si affaccerà alla finestra con un po’ di irritazione ma anche con qualche brivido: solo grazie ad una pesante clausola di salvaguardia, in base alla quale non si può essere penalizzati, con un costo complessivo stimato in 8 miliardi, potrà pagare le stesse tasse che pagava prima. Senza clausola, con il puro calcolo del nuovo sistema, questa famiglia media, dove i due partner lavorano e portano a casa 15 mila euro di reddito lordo ciascuno, sarebbe costretta a sborsare 2490 euro in più. Il paracadute? Il rischio che i poveri debbano pagare più di oggi è così concreto, tanto che il progetto prevede un paracadute. Infatti la nuova deduzione sull’imponibile di 3.000 euro non compensa la prevista cancellazione delle due detrazioni da lavoro dipendente che spettano oggi ai due coniugi e l’azzeramento delle detrazioni per i due figli: infatti oggi la famiglia del primo piano paga tranquillamente solo 210 euro di Irpef. Necessaria dunque la «salvaguardia»: ma come funzionerà? E chi garantisce che il fisco non si presenti con un conto diverso e che il contribuente sia chiamato a dimostrare quanto pagava l’anno prima di Irpef? I piani bassi Anche al secondo piano, dove insieme al primo si affolla l’80 per cento delle famiglie italiane, cioè il grosso del ceto medio basso della Penisola, non c’è da stare allegri. Due coniugi che guadagnano 25 mila euro annui lordi ciascuno, dunque con un reddito familiare di 50 mila euro, rientrano nell’aliquota del 15 per cento. Con le deduzioni abbattono l’imponibile e alla fine risparmiano, rispetto ad oggi, 469 euro, con un guadagno sull’attuale reddito netto familiare di appena l’1 per cento. I piani alti Quando si arriva con l’ascensore fiscale al terzo piano della palazzina si comincia a scorgere qualche sorriso. Lì i due partner che guadagnano 40 mila euro ciascuno, e dunque hanno un imponibile familiare di 80 mila euro, pagheranno il 15 per cento ma risparmieranno 8.744 euro d’imposta e il loro reddito familiare aumenterà del 15 per cento. Al quarto piano, dove entrano 110 mila euro si stappano bottiglie di pregio: 15.866 euro di tasse in meno, pari al 21 per cento di aumento del reddito. Al quinto piano non si stappa perché magari è meglio non farsi sentire dai vicini: in casa entrano già 300 mila euro e il taglio delle tasse sarà, con il progetto gialloverde, quasi del 40 per cento. Euro più, euro meno, in casa ne arriveranno quasi 68 mila in più. I costi E’ l’aspetto più dolente, anche per i patiti della flat tax: ci vogliono 50 miliardi.

Effetti sull’evasione fiscale Si sostiene spesso che aliquote di tassazione più basse riducono l’incentivo a evadere in quanto a tasse minori corrisponde un minor vantaggio dall’evasione (data l’avversione al rischio). In realtà se la multa nel caso si sia scoperti è proporzionale alle tasse che si sarebbe dovuto pagare (come è attualmente in Italia), una riduzione di imposta implica una multa minore, che a sua volta potrebbe incoraggiare una maggiore evasione per via della penale inferiore. In casi più complessi e realistici, l’effetto del livello di tassazione sul grado di evasione è ambiguo. Poche ricerche empiriche sono state condotte sugli effetti della flat tax sull’adempimento del dovere fiscale. I risultati disponibili non giungono a chiare conclusioni, tranne che per la Russia dove il grado di adempimento sembrerebbe sia aumentato5 . In ogni caso, non è chiaro se questo aumento di compliance possa essere legato a un cambiamento comportamentale oppure se sia stato piuttosto causato da altri sviluppi, quali l’aumento nelle procedure di controllo. In conclusione, non è da escludere che una riduzione nel livello della tassazione media e marginale che accompagnerebbe l’introduzione di una flat tax possa portare a una minore evasione, ma non è un effetto su cui si possa contare ex ante, compreso per individuare possibili coperture per il finanziamento dei costi fiscali della flat tax. Considerando invece altre possibili determinanti dell’evasione, un ruolo fondamentale viene giocato dalla possibilità in sé di evadere : la percentuale di reddito evaso è significativamente maggiore se il contribuente dichiara autonomamente il proprio reddito; nel caso di lavoratore dipendente invece, per il quale una terza parte ne riporta il reddito, il tasso di evasione è molto più basso. Questo comportamento suggerisce che, se tutti i contribuenti fossero indipendenti nelle loro dichiarazioni, il rischio di evasione crescerebbe notevolmente, semplicemente perché la possibilità di farlo aumenterebbe. La proposta della Lega, che contempla questa ipotesi, auspica una riduzione dell’evasione grazie all’abbassamento della aliquota e alla semplificazione del sistema, senza tenere però conto dell’effetto che l’abolizione di sostituto di imposta e ritenuta d’acconto potrebbe avere sul reddito dichiarato.

L’esperienza russa è quella più interessante. La riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, entrata in vigore nel 2001, comportò il passaggio da tre scaglioni di aliquote (12, 20 e 30 per cento, con una aliquota media al 14 per cento) ad una unica al 13 per cento, insieme ad un ampliamento della no-tax area. Nello stesso anno e nei due anni seguenti, le entrare corrispondenti aumentarono al netto dell’inflazione rispettivamente del 26, 21 e del 12 per cento a fronte di aumenti del Pil che, seppure molto elevati, erano notevolmente inferiori (5,0, 4,7 e 7,3 per cento). Conseguentemente, il rapporto tra tale gettito e il Pil è aumentato a partire dal 2001, crescendo di un punto percentuale tra 2000 e 2003. Bisogna però considerare che la riforma comprendeva anche un deciso allargamento della base imponibile, riducendo deduzioni ed esenzioni10 . Quanto al Pil, non è chiaro in che misura la sua forte dinamica sia stata influenzata dalla flat tax. Probabilmente, l’aumento del prezzo degli idrocarburi ebbe un effetto rilevante (il prezzo del petrolio raddoppiò tra il 1998 e il 2002).

Esperienze successive, in area europea, hanno coinvolto tra gli altri la Bulgaria. In questo paese il gettito è rimasto sostanzialmente invariato: si è passati da un sistema progressivo a tre scaglioni (20, 22 e 24 per cento) con no-tax area ad un sistema di flat tax al 10% nel 2008 (e nel 2007 già la stessa aliquota era stata applicata ai redditi da capitale), eliminando le precedenti agevolazioni fiscali ed introducendo alcune deduzioni molto puntuali e limitate. Il gettito da imposta personale sui redditi è diminuito in percentuale di Pil tra 2007 e 200811 , per poi mantenersi sufficientemente stabile nel tempo; la percentuale è comunque piuttosto bassa: i valori si aggirano intorno al 3 per cento(mentre in Italia il valore degli ultimi anni è stato circa dell’11%). Il gettito totale è invece calato tra 2007 e 2011, per poi cominciare a risalire.

Effetto sulla progressività Una flat tax comporterebbe una riduzione della progressività del sistema di tassazione, anche se una valutazione complessiva dell’effetto della riforma dovrebbe essere valutato anche tenendo conto delle possibili riforme che verrebbero prese sul lato della spesa (nella proposta dell’IBL, per esempio, l’intero sistema di welfare andrebbe rivisto). Valutare le implicazioni di specifiche proposte sul grado di progressività del sistema richiede quindi un’analisi dettagliata delle proposte. Detto questo, l’introduzione di una flat tax spesso comporta uno spostamento della distribuzione del reddito verso i decili più bassi e più alti della distribuzione del reddito (i più “poveri” e i più “ricchi”), a discapito della classe media che non beneficia della diminuzione delle aliquote (più o meno l’aliquota marginale della classe media è simile alla flat tax) e beneficia meno della no-tax area (che beneficia i più poveri).

È comunque utile notare due punti. Primo, che anche una flat tax comporta un elemento di progressività se esiste una no-tax area, cioè una esenzione dal pagamento della tassa per la prima parte del reddito: in tal caso, il livello di tassazione media aumenta infatti al crescere del reddito (vedi figura 3). Secondo, come notato sopra, entro i livelli di progressività attualmente esistenti nei paesi OCSE, non è chiaro che una maggiore progressività comporti disincentivi tali da danneggiare l’economia. Conseguentemente, la scelta sul grado di progressività dovrebbe riflettere essenzialmente motivazioni politiche più economiche.

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