La novità è stata voluta dal Governo con la Legge di stabilità, che ha ampliato i poteri di accertamento del Fisco. Con questa autorizzazione il Fisco avrà quindi libero accesso alla giacenza media dei nostri depositi e tutti i dati andranno nella “Superanagrafe” dei conti correnti. Saranno infatti le banche e gli uffici postali a girare i nostri dati all’Agenzia delle Entrate. Il Fisco verrà a conoscenza in tal modo dell’importo medio del conto rapportato a un anno.

Il calcolo si ottiene dividendo i saldi giornalieri per 365. Adesso Il Fisco compie un notevole salto di qualità, ed i correntisti sono nel mirino dell’Agenzia, ma con l’accesso diretto alle giacenze di fatto il controllo sarà più stretta. L’analisi costante del conto sarà un’arma contro i movimenti sospetti con riempimenti e svuotamenti del conto corrente . L’obiettivo di questa operazione legata alla giacenza media, sostengono all’Agenzia dell’ Entrate, sono i controlli sull’ Isee, lo strumento di valutazione della situazione economica di coloro che richiedono prestazioni sociali agevolate (borse di studio per i figli, esenzioni sanitarie o sgravi sulle rette scolastiche). Per stanare i “furbi”, il Fisco adesso ha le carte in regola.

Negli ultimi anni grazie ad una serie di interventi, tra cui privacy, incrocio di banche dati, comunicazioni di tutte le operazioni sopra determinati importi, acquisti di prodotti di valore, analisi dei conti correnti, gli occhi del fisco possono analizzare e verificare tantissime informazioni. Ma quali sono i limiti? Cosa può non controllare?

Regole e controlli su operazioni

L’Agenzia delle Entrate può adesso analizzare i movimenti bancari grazie all’Anagrafe dei conti correnti. Vale la regola dell’inversione dell’onere della prova: significa che spetta al titolare del conto dimostrare che il denaro versato sia “pulito” ovvero frutto di attività su cui sono state regolarmente pagate le tasse al fisco. E c’è un aspetto che vale la pena evidenziare: sotto esame non c’è solo l’attività economica delle imprese, soprattutto di grandi dimensioni, ma anche dei professionisti come dimostrano i dati più recenti sulla percentuale dei controlli.

Le indagini finanziarie possono essere eseguite nei confronti di tutte le persone fisiche. Se il titolare di un conto versa una somma maggiore del proprio stipendio mensile, allora il fisco può fare scattare gli accertamenti o comunque una richiesta di chiarimenti. E spetta allo stesso contribuente spiegare la provenienza di quella cifra. Stando infatti alle regole fiscali in vigore, tutti i versamenti su conti correnti sono considerati redditi imponibili. Naturalmente possono esserci valide motivazioni, come una vincita al gioco e/o il frutto di una donazione ma spetta sempre all’interessato dimostrarlo. La soluzione è indicare sempre la causale dei versamenti sul conto corrente in denaro contante.

Attenzione alle tempistiche: l’Agenzia delle entrate può bussare alla porta e chiedere lumi sulla provenienza dei soldi fino al 31 dicembre del quinto anno successivo alla presentazione della dichiarazione dei redditi. Semaforo rosso anche per i pagamenti in contanti: non possono oltrepassare la soglia di 3.000 euro. L’alternativa è l’utilizzo di strumenti tracciabili come assegni non trasferibili, bancomat, bonifici bancari, bonifici postali, carta di credito. E sugli assegni resta fermo che tutti gli assegni bancari, postali e circolari d’importo pari o superiore a 1.000 euro devono recare l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e la clausola di non trasferibilità. Gli assegni bancari e postali possono essere girati unicamente per l’incasso a una banca o alle Poste Italiane a prescindere dall’importo. Le banche rilasciano gli assegni muniti della clausola di non trasferibilità. Il cliente tuttavia può richiedere per iscritto il rilascio, in forma libera, di assegni circolari e di moduli di assegni bancari, da utilizzare fino a 1.000 euro, a eccezione delle ipotesi in cui beneficiarie dei titoli siano banche o le Poste. In caso di richiesta di assegni in forma libera, il richiedente deve corrispondere di 1,50 euro per ciascun modulo di assegno a titolo di imposta di bollo.
E ancora: il saldo dei libretti di deposito bancari o postali al portatore deve essere inferiore a 1.000 euro. In caso di trasferimento di libretti al portatore, indipendentemente dal saldo, il cedente è tenuto a comunicare entro 30 giorni alla banca emittente i dati identificativi del cessionario, l’accettazione e la data del trasferimento.

In sintesi:

  • è vietato il trasferimento di denaro contante o di libretti di deposito bancari o postali al portatore o di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, quando il valore oggetto di trasferimento, è complessivamente pari o superiore a 3.000 euro;
  • gli assegni bancari e postali emessi per importi pari o superiori a 1.000 euro devono recare l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e la clausola di non trasferibilità;
  • il saldo dei libretti di deposito bancari o postali al portatore non può essere pari o superiore a 1.000 euro.

A rischiare di più nella fase di prelievo e di versamento sul conto correnti sono gli imprenditori prima ancora che pensionati, lavoratori dipendenti, autonomi e professionisti. Stando alle regole in vigore, è vietato il trasferimento di denaro contante o di libretti di deposito bancari o postali al portatore o di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi quando il valore oggetto del trasferimento è complessivamente pari o superiore a 3.000 euro. Il trasferimento è vietato anche quando è effettuato con più pagamenti inferiori alla soglia che appaiono frazionati e questo significa che in caso di prelievo, un cittadino non imprenditore può trasferirli a un’altra persona se la somma non raggiunge il tetto di 3.000 euro. Diverso è il caso degli imprenditori per i quali i prelievi in contanti superiori a 1.000 euro al giorno e a 5.000 euro al mese vanno giustificati. La ragione? Potrebbe pagare i lavoratori in nero, solo per dirne una.

Provando a fare qualche esempio:

  • se un privato deve corrispondere 5.000 euro alla colf e vuole pagare in contanti, vengono violate le regole;
  • se una fattura di 5.000 euro viene saldata in contanti data fattura, vengono violate le regole;
  • se sull’estratto del conto corrente risulta un versamento in contanti di 4.000 euro, il professionista non è tenuto ad alcuna comunicazione in quanto è intervenuto un intermediario finanziario, ma purché non sia un’operazione ripetuta più volte.

Ci sono due importanti precisazioni dell’Agenzia delle entrate di cui tenere conto. Il primo riguarda se è corretto ritenere che le nuove disposizioni sui limiti quantitativi di 1.000 euro giornalieri e comunque di 5.000 euro mensili dei prelevamenti non hanno effetto retroattivo, visto che riguardano l’attività istruttoria e non quella di accertamento. L’Agenzia di via XX Settembre ricorda come le nuove norme abbiano introdotto un limite agli importi dei prelevamenti o importi riscossi, posti come ricavi a base delle rettifiche e degli accertamenti. La presunzione relativa ai prelevamenti, per le imprese, si applica agli importi superiori a 1.000 euro giornalieri e 5.000 euro mensili mentre è inapplicabile nei riguardi degli esercenti arti e professioni. Di conseguenza sono considerati ricavi i prelevamenti o gli importi riscossi nei limiti previsti dalla nuova disposizione.
L’altro aspetto su cui le Entrate sono intervenute per chiarire la normativa riguarda la non applicabilità ai versamenti. Il dubbio è se le modifiche riguardano solo i prelevamenti o anche i versamenti, come sembrano indicare i lavori parlamentari. Ebbene, l’articolo contestato prevede che “sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni per importi superiori a euro 1.000 giornalieri e, comunque, a euro 5.000 mensili“. Di conseguenza appare chiaro che la lettera della norma interviene solo sui prelievi non giustificati e non sui versamenti, per i quali rimane in vigore la regola che costituiscono presunzione di reddito qualora non risultassero giustificati.

I controlli e le verifiche cui conti correnti

Mettere mano nei conti correnti da parte del fisco è adesso più facile. A stabilirlo è stata la V Sezione Civile della Corte di Cassazione con una sentenza di condanna nei confronti di un professionista e a favore dell’Agenzia delle entrate, destinata a fare giurisprudenza con conseguente di primo piano per i contribuenti. In buona sostanza viene a cadere il discrimine dei gravi indizi di evasione fiscale e l’Agenzia di via XX Settembre può adesso procedere agli accertamenti bancari sul conto corrente della persona sospettata con maggiore libertà. Di più: il fisco non ha l’obbligo di motivare in relazione alle indagini svolte dalle Fiamme Gialle sui movimenti sospetti. La sentenza è la numero 8266 del 2018.
I giudici della sezione tributaria della Corte di Cassazione hanno allora messo un importante punto fermo nel rapporto tra fisco e contribuente. Da adesso in poi l’Agenzia delle entrate può compiere accertamenti sui conti correnti bancari o su quelli postali senza spiegazioni e senza la presenza di indizi gravi sulla presunta evasione fiscale. E, come premesso, gli uomini della Guardia di Finanza possono non essere coinvolti. Il problema per i contribuenti è anche e soprattutto un altro: l’indispensabilità di fornire prove a sua discolpa. Si tratta della cosiddetta inversione dell’onere della prova, secondo cui il fisco procede ai controlli e poi spetta ai cittadini dimostrare che ha sbagliato. Anche se sono necessari anni e anche se nel frattempo ha pagato multe.

E a passare alla storia per essere stato il primo a soccombere è stato appunto un professionista sanzionato per aver fatto versamenti e prelievi considerati non congrui dall’Agenzia delle entrate rispetto al reddito dichiarato. E la sentenza di condanna è arrivata al foto finish, considerando che l’uomo si era visto dare ragione sia in primo grado e sia in appello per poi soccombere in Cassazione.

Conto Corrente: Equitalia e debiti fiscali prelievo coatto in banca

Dal primo luglio Equitalia confluirà nell’Agenzia delle Entrate che diventerà ricca di poteri;  nello specifico è stato riferito che l’ente che vorrà procedere al pignoramento presso terzi, ad esempio l’istituto bancario, dovrà attivare una procedura presso il tribunale.  Ma cosa cambierà effettivamente?  Dal primo luglio l’ente pubblico potrà avvalersi della procedura prevista dall’articolo 72 bis del DPR 602/1973, che prevede l’adozione diretta da parte di Equitalia su crediti del debitore detenuti da terzi.  Questo passaggio di consegne segna l’inizio di una nuova era nella lotta all’evasione fiscale, perché il nuovo ente costituito sarà di tipo pubblico, economico, strumentale dell’Agenzia delle Entrate.

Il nuovo organismo di riscossione che sarà interno all’Agenzia delle Entrate, avrà maggiori poteri tra i quali quelli di riscossione forzati in termini efficacia delle procedure e più informazioni a disposizione, grazie all’accesso a tutte le banche dati del fisco, compreso anagrafe, rapporti finanziari, anagrafe tributaria e Inps. Delle cartelle di pagamento cambierà solo l’intestazione: non leggeremo più Equitalia, ma Agenzia delle Entrate-Riscossione.  Duro colpo per i debitori visto che il fisco con questa manovra è pronta a mettere le mani in tasca ai contribuenti ed alle imprese ed a partire dal primo luglio scatterà il possibile pignoramento del conto corrente di chi non ha  pagato una multa, poi seguirà il prelievo diritto della somma da saldare.

Se avete anche una sola multa non pagata, dal primo luglio non potete più scappare perché i tempi della riscossione saranno molto più seri e le procedure molto più efficaci,  visto che la nuova Equitalia potrà procedere direttamente al pignoramento del conto corrente del debitore senza dover richiedere l’apposita autorizzazione al giudice. Stessa cosa vale per il bollo, i  contributi Inps e tanti altri tipi di tasse. Va anche detto  che l’Agenzia delle Entrate- Riscossione,  erediterà tutti i crediti di Equitalia. Qualora non si proceda al pagamento della cartella sulle somme iscritte a ruolo sono dovuti gli interessi di mora dalla data di notifica di riscossione dovuto all’agente della riscossione sul capitale e sugli interessi di mora e tutte le eventuali ulteriori spese derivanti dal mancato pagamento della cartella.

Dopo i 60 giorni, il contribuente verrà ulteriormente invitato al pagamento e qualora questo non avvenisse entro i successivi sessanta giorni, il fisco chiederà alla banca il versamento dell’importo del debito senza l’intervento di alcun provvedimento giudiziale;  qualora manchi uno di questi passaggi e trascorsi 60 giorni, la nuova Equitalia passerà al recupero coattivo. “Per debiti fino a 1.000 euro Agenzia delle Entrate-Riscossione aspetta altri 120 giorni e “invia un ulteriore avviso, prima di intraprendere un’azione di riscossione”. La nuova Agenzia delle Entrate-Riscossione (ovvero la vecchia Equitalia) avrà accesso, infatti, ai dati dell’Anagrafe Tributaria e dell’Inps e potrà procedere al pignoramento del conto corrente senza richiedere autorizzazione al giudice”, denunciano Federconsumatori e Adusbef.

Dal primo luglio Equitalia confluirà nell’Agenzia delle Entrate che diventerà ricca di poteri;  nello specifico è stato riferito che l’ente che vorrà procedere al pignoramento presso terzi, ad esempio l’istituto bancario, dovrà attivare una procedura presso il tribunale.  Ma cosa cambierà effettivamente?  Dal primo luglio l’ente pubblico potrà avvalersi della procedura prevista dall’articolo 72 bis del DPR 602/1973, che prevede l’adozione diretta da parte di Equitalia su crediti del debitore detenuti da terzi.  Questo passaggio di consegne segna l’inizio di una nuova era nella lotta all’evasione fiscale, perché il nuovo ente costituito sarà di tipo pubblico, economico, strumentale dell’Agenzia delle Entrate.

Il nuovo organismo di riscossione che sarà interno all’Agenzia delle Entrate, avrà maggiori poteri tra i quali quelli di riscossione forzati in termini efficacia delle procedure e più informazioni a disposizione, grazie all’accesso a tutte le banche dati del fisco, compreso anagrafe, rapporti finanziari, anagrafe tributaria e Inps. Delle cartelle di pagamento cambierà solo l’intestazione: non leggeremo più Equitalia, ma Agenzia delle Entrate-Riscossione.  Duro colpo per i debitori visto che il fisco con questa manovra è pronta a mettere le mani in tasca ai contribuenti ed alle imprese ed a partire dal primo luglio scatterà il possibile pignoramento del conto corrente di chi non ha  pagato una multa, poi seguirà il prelievo diritto della somma da saldare.

Se avete anche una sola multa non pagata, dal primo luglio non potete più scappare perché i tempi della riscossione saranno molto più seri e le procedure molto più efficaci,  visto che la nuova Equitalia potrà procedere direttamente al pignoramento del conto corrente del debitore senza dover richiedere l’apposita autorizzazione al giudice. Stessa cosa vale per il bollo, i  contributi Inps e tanti altri tipi di tasse. Va anche detto  che l’Agenzia delle Entrate- Riscossione,  erediterà tutti i crediti di Equitalia. Qualora non si proceda al pagamento della cartella sulle somme iscritte a ruolo sono dovuti gli interessi di mora dalla data di notifica di riscossione dovuto all’agente della riscossione sul capitale e sugli interessi di mora e tutte le eventuali ulteriori spese derivanti dal mancato pagamento della cartella.

Dopo i 60 giorni, il contribuente verrà ulteriormente invitato al pagamento e qualora questo non avvenisse entro i successivi sessanta giorni, il fisco chiederà alla banca il versamento dell’importo del debito senza l’intervento di alcun provvedimento giudiziale;  qualora manchi uno di questi passaggi e trascorsi 60 giorni, la nuova Equitalia passerà al recupero coattivo. “Per debiti fino a 1.000 euro Agenzia delle Entrate-Riscossione aspetta altri 120 giorni e “invia un ulteriore avviso, prima di intraprendere un’azione di riscossione”. La nuova Agenzia delle Entrate-Riscossione (ovvero la vecchia Equitalia) avrà accesso, infatti, ai dati dell’Anagrafe Tributaria e dell’Inps e potrà procedere al pignoramento del conto corrente senza richiedere autorizzazione al giudice”, denunciano Federconsumatori e Adusbef.

Ma c’è un modo per mettere a riparo il conto dalle incursioni “indesiderate” del Fisco? I “trucchetti” usati in questi anni in cui lo spettro di un “prelievo forzoso” è stato sempre dietro l’angolo sono stati numerosi. C’è chi ad esempio chiede l’apertura del credito e lascia il conto completamente in rosso ma sempre ne limiti del fido. Poi c’è chi preleva tutti i giorni dal conto. Ed è questo il “trucco” più comune. I soldi versati dal datore di lavoro vengono spostati dal conto “0” al conto “1” e il conto principale in questo caso resta sempre a saldo zero. Il conto corrente principale a questo punto viene messo al riparo da un possibile pignoramento. Un altro “rimedio” è quello che prevede di cointestare il conto con un familiare. In questo caso il conto non può essere pignorato da parte di Equitalia perché il 50 per cento appartiene ad una seconda persona. Poi c’è l’apertura di un conto corrente di riserva, ovvero un conto parallelo su cui spostare i successivi pagamenti su quello più recente. Il conto aperto presso un’altra banca per poi farvi confluire tutto ciò che non viene pignorato dopo l’intervento di Equitalia sul primo conto. Infine per mettersi al riparo dalle intrusioni del Fisco bisogna dimostrare che sul conto venga versato solo lo stipendio o la pensione. Secondo alcune recenti sentenze, come ricorda laleggepertutti.it, Equitalia può mettere le mani sul conto solo se su questo vi siano entrate differenti da quelle reddituali di stipendio o assegno pensionistico.

Arriva il Risparmiometro, conto correnti spiati, ecco come

Dopo il redditometro arriva il risparmiometro. L’Agenzia delle Entrate aggiunge al suo arsenale di strumenti per la lotta all’evasione fiscale uno strumento informatico nuovo, che andrà a esaminare in modo sistematico e generalizzato i risparmi degli italiani detenuti sui conti corrente.

Il risparmiometro è un nuovo algoritmo studiato dall’Agenzia guidata daErnesto Maria Ruffini per verificare se la quantità di denaro conservata in banca è congrua rispetto alla dichiarazione dei redditi. Come funzionerà il risparmiatore prova a spiegarlo il sito Laleggepertutti.it.

“Innanzitutto calcola la giacenza presente sul conto corrente, dato che ottiene grazie alle informazioni che le banche sono tenute a fornire in tempo reale all’Anagrafe dei rapporti tributari. Poi compara questo dato con il reddito dichiarato dal contribuente. In base al tenore di vita del contribuente e alla fascia di reddito in cui questo si inserisce, valuta l’entità di spesa che una famiglia media dello stesso livello può sostenere; la differenza costituisce il potenziale risparmio familiare. Ebbene, se il risparmio effettivo è superiore a quello potenziale stimato, allora scatta l’anomalia”.

Ovviamente come il redditometro, anche con il risparmiometro il cittadino potrà difendersi grazie al contraddittorio dinanzi agli ispettori del Fisco a cui potrà presentare prove della sua innocenza fiscale. A cadere nelle trame del risparmiometro tutte le persone fisiche, intestatari di rapporti finanziari in euro e unicamente a loro riconducibili, con codice fiscale presente e valido nella banca dati dell’anagrafe tributaria.

A finire nell’algoritmo del risparmiometro conto correnteconto deposito titoli e/o obbligazioni, conto a deposito a risparmio libero vincolato, rapporto fiduciario, gestione collettiva del risparmio, gestione patrimoniale, certificati di deposito e buoni fruttiferi, conto terzi individuale e globale fino alle carte di credito, prodotti finanziari emessi dalle assicurazioni, acquisto e vendita di oro e metalli preziosi.

Che avere un conto bancario significhi solo pagare per un servizio visto che i rendimenti sono arrivati ormai allo 0,1% lordo è cosa nota agli italiani ma nell’ultimo periodo si è assistito a un costante incremento dei costi per i servizi bancari che hanno portato alcuni conti ad essere decisamente onerosi. Aumentano i costi sui conto corrente. Stando a una stima effettuata da sostariffe per conto de laStampa, è emerso un rincaro in alcune circostanze del 40%.

Tuttavia, nell’ultimo periodo c’è stato un incremento di oltre 36 €. Il rincaro è stato più marcato specialmente nell’ultimo periodo dell’anno 2017, e a detta dell’associazione dei consumatori continueranno anche nel 2018. L’aumento è rivolto soprattutto ai conti correnti misti, ossia quelli che si possono gestire on-line è un’altra parte allo sportello.

Stangata sui conti correnti in arrivo. Dal 1° ottobre infatti alcune banche introdurranno nuove spese per il cliente alzando i costi di gestione, quelli per le operazioni e i prelievi allo sportello. Ad approfondire quali saranno i costi da sostenere è Studio Cataldi, che spiega come si possa arrivare “secondo le stime, fino a ben 4 euro per un’operazione allo sportello, a 2 euro per l’invio dell’estratto conto e a 35 euro per l’apertura di un conto online dalla filiale fisica”.

Un vero e proprio salasso per il titolare del conto, con variazioni dei costi che, continua Studio Cataldi, “riguarderanno il 12,5% delle banche e toccheranno prelievo contante allo sportello, movimenti allo sportello, bonifici disposti in filiale, costo per ogni utenza domiciliata in banca“.

 Ma non finisce qui. Ad aumentare saranno infatti anche i conti correnti online, alcuni dei quali finora a canone zero: per gli istituti di credito attivi sostanzialmente sul web, le variazioni di costo riguarderanno “ogni utenza domiciliata, prelievo Atm su propria banca, altra banca e prelievo in un altro paese dell’Unione”.

I conti correnti on line

I conti correnti on line sono rappresentati da conti correnti bancari rivolti a consumatori che intendono svolgere operazioni prevalentemente tramite canali virtuali. Nel 2016, la spesa media di gestione di un conto corrente on line è stata pari a 14,7 euro; la composizione della spesa mostra una netta prevalenza delle spese variabili, pari a circa il 63 per cento del totale, soprattutto se la si paragona con i conti tradizionali, le cui spese variabili non superano il 34 per cento del totale. Nell’arco di un anno su questi conti vengono effettuate in media 140 operazioni – un dato sostanzialmente in linea con il resto dei conti pari a 142 unità – il 74,7 per cento delle quali attraverso canali alternativi allo sportello (il 54,7 per cento nei conti tradizionali). Il significativo divario di spesa osservato tra queste due classi di conti (pari a 62,9 euro, di cui 46 riferibili alle spese fisse) è attribuibile prevalentemente alla diversa struttura tariffaria.

Il canone di base, dal cui pagamento è esente oltre il 95 per cento della clientela on line (contro circa un terzo della clientela tradizionale) concorre a spiegare circa 26 euro della differenza osservata. La diffusione di carte di pagamento, più ampia tra la clientela on line, non comporta per quest’ultima aggravi di spesa, poiché i relativi costi sono significativamente inferiori per le carte di credito o addirittura nulli per le carte bancomat; soltanto per le carte prepagate la spesa dei conti on line è di poco superiore a quella dei conti tradizionali; infine, il limitato ammontare delle “altre spese fisse” consente un risparmio di quasi 8 euro. Circa la metà del divario osservato per le spese variabili (pari a 16,9 euro) è attribuibile alle spese di scrittura, completamente gratuite per i conti on line; la parte restante dipende dalle commissioni sulle disposizioni, generalmente molto più vantaggiose per i conti on line, soprattutto per le operazioni effettuate su canali alternativi allo sportello. I conti correnti postali La spesa dei conti postali rilevata nel 2016 è diminuita di 1,2 euro e si è attestata a 47,8 euro.

I conti postali rimangono significativamente meno costosi rispetto ai corrispondenti prodotti bancari tradizionali; la differenza, complessivamente pari a 29,8 euro (27,5 euro nel 2015), è attribuibile alle “altre spese fisse”, ai canoni delle carte di credito, alle spese per invio di estratto conto; la spesa per i canoni di base e per le carte bancomat risultano sostanzialmente allineate a quelle sostenute dai clienti bancari.

La clientela postale fruisce saltuariamente di servizi quali la tenuta di dossier titoli (il 2,6 per cento dei clienti postali contro il 28,5 per cento dei clienti bancari) e dispone più raramente di carte di credito (11,2 contro 35,3 per cento); per contro il possesso di carte di debito è molto più diffuso tra i clienti postali: tutti i conti postali dispongono almeno di una carta e tale quota si riduce all’88,3 per cento nei conti bancari. La diversa composizione dei servizi contribuisce solo in parte a spiegare la differenza nei livelli di spesa: se si ricalcola la spesa dei clienti postali, lasciando inalterata la struttura delle commissioni e assumendo che fruiscano del medesimo paniere di servizi dei clienti bancari, la differenza di spesa tra le due classi di clienti si riduce da 29,8 a 23,9 euro: la diversa struttura delle commissioni, spiegherebbe pertanto circa l’80 per cento del divario osservato e soltanto il 20 per cento dipenderebbe dal numero e dalla tipologia di operazioni effettuate.

IL CONTO CORRENTE

Che cos’è Il conto corrente è il contratto attraverso il quale si regolano i rapporti tra la banca e il cliente, al fine di poter gestire il proprio denaro. In particolare, la banca, sul presupposto dell’esistenza di una disponibilità presso di sé, si impegna nei confronti del cliente a prestare un servizio, che consiste in sostanza in un servizio di cassa, cioè nel provvedere per conto del cliente correntista, su ordine diretto ed indiretto e con le sue disponibilità, ai pagamenti e alle riscossioni. Come funziona Il conto corrente può essere aperto presso una banca o presso Poste Italiane, nell’ambito dell’attività di Banco Posta. Quando si parla di “apertura”, si fa riferimento all’attivazione del rapporto di conto corrente che avviene a seguito della conclusione del relativo contratto. Con il conto corrente, il cliente può disporre in qualsiasi momento delle somme, provvedendo direttamente al prelievo con semplici operazioni di cassa, ovvero ordinando alla banca di effettuare pagamenti a favore di terzi o autorizzandola ad addebiti sul proprio c/c.

Queste operazioni possono essere commissionate alla banca singolarmente o costituire oggetto di “ordini permanenti” che automatizzano periodicamente una data operazione (es. pagamento mensile rata di un finanziamento), come avviene con il Rapporto Interbancario Periodico, meglio conosciuto come “RID”. L’accreditamento, invece, che comporta l’acquisizione di somme in conto corrente, avviene attraverso versamenti del correntista stesso, bonifici da parte di terzi o incassi dovuti ad altre operazioni (ad es., vendite di titoli o incasso di cambiali). Prima di firmare il contratto di conto corrente, il cliente ha il diritto di consultare la Guida predisposta da Banca d’Italia, in modo da poter conoscere le caratteristiche di questo strumento e ricevere tutte le informazioni relative al contratto, comprese quelle sui costi del servizio, sia verbalmente dal personale bancario che tramite la documentazione di trasparenza: il Foglio Informativo prima di concludere il contratto ed il Documento di Sintesi, generalmente inserito nel contratto come frontespizio (in prima pagina) che riassume tutte le condizioni economiche. Il conto corrente si identifica attraverso il codice IBAN (codice alfanumerico di 27 cifre), composto dal codice dello Stato in cui è aperto, il codice identificativo bancario e il codice BBAN, a sua volta composto dal codice CIN, dal codice ABI della banca presso la quale è domiciliato, dal codice dell’agenzia o succursale e dal numero di C/C. La gestione di un conto corrente ha un costo che può variare da banca a banca, e che può essere riferito ad ogni singola operazione oppure ad un canone mensile omnicomprensivo. Le spese più ricorrenti sono quelle relative alle operazioni effettuate sul conto (prelievi, versamenti) e quelle di rendicontazione, che variano a seconda della periodicità dell’invio dell’estratto conto.

L’estratto conto può essere interrogato anche tramite il bancomat o il numero verde e l’area on line messi a disposizione dalla banca. Il conto corrente offre molteplici servizi al cliente: accredito/addebito interessi, bonifici bancari, rilascio del libretto di assegni, pagamento utenze (gas, energia, telefono, ecc.), canone della carta di credito e del bancomat, eventuali spese per lo scoperto di conto (fido). Trimestralmente o mensilmente e, in ogni caso, annualmente, la banca invia al correntista l’estratto conto, che contiene le informazioni del saldo liquido disponibile sul conto, e un riepilogo dei movimenti effettuati. I costi sostenuti dal cliente sono riportati sotto la voce “Isc”: per verificare la convenienza del proprio conto corrente basta confrontare il proprio Isc con quello pubblicizzato dalle altre banche relativamente allo stesso tipo di prodotto. Ogni banca, normalmente, ha diverse tipologie di conto corrente da offrire: in proposito, è bene tenere presente che, a prescindere dalla specifica tipologia di prodotto offerto, chi pensa di utilizzare frequentemente il conto corrente (ad es., in caso di prelievi o addebiti giornalieri) farà bene ad optare per un conto corrente “a pacchetto”, cioè una tipologia di conto che prevede un costo a prescindere dall’effettivo utilizzo o dal numero di operazioni. Chi, invece, pensa di utilizzare il conto con minore frequenza (ad es., come conto secondario o per l’addebito di una rata di finanziamento), farà bene a valutare la maggior convenienza di un conto “ordinario” o “a consumo”, cioè che prevede un costo solo al compimento delle operazioni.

Si ricorda inoltre che, recentemente, è stato previsto anche il c.d. “conto base”, cioè un conto di pagamento pensato per chi ha limitate esigenze di operatività, aperto a tutti e offerto gratuitamente per le fasce svantaggiate (Reddito ISEE fino a 7.500 euro, da comunicare alla banca entro il 1° marzo di ogni anno) e per i pensionati fino a 1.500 euro al mese. E’ disponibile dal 1° giugno 2012 e prevede, come unica spesa (nel caso in cui non ricorrano i requisiti per la gratuità), un costo annuale onnicomprensivo e l’impossibilità di ottenere servizi aggiuntivi, salvo che non siano espressamente richiesti dal cliente alla banca. La banca non può, su questo conto, autorizzare nessun tipo di scoperto o di pagamento che possa comportare un saldo negativo per il consumatore.

Cosa fare Prima della conclusione del contratto di conto corrente, è importante leggere attentamente tutta la documentazione di trasparenza. Successivamente, attenzione a monitorare sempre il rapporto di conto corrente, tramite un’attenta lettura degli estratti conto e dei documenti informativi ricevuti a casa, chiedendo, in caso di dubbi, chiarimenti alla banca. E’ inoltre importante prestare particolare attenzione alle c.d. “variazioni unilaterali ex art. 118 Tub”, che comportano modifiche delle condizioni di contratto originariamente pattuite.

A chi rivolgersi Per qualsiasi esigenza è bene che il titolare del conto corrente si rivolga in primo luogo alla banca presso la quale ha aperto il conto. In caso di errori, il cliente potrà rivolgersi all’ufficio reclami della banca e, successivamente, all’Arbitro Bancario Finanziario. In caso di dubbi o di mancato riconoscimento dei propri diritti, è possibile rivolgersi alle sedi territoriali di Adiconsum, (alla voce “Dove siamo”), per usufruire del servizio di consulenza e assistenza individuale.

Il metodo che ti fa risparmiare il 35% su tutto

Digita “kakebo” in Goo- gle e ti si aprirà un mondo. C’è Amazon che ti propone le edizioni più recenti, i siti che ti insegnano a creare il tuo personalizzato, quelli che te lo fanno scaricare in pdf e pure l’applicazione per cellulari. Il segreto di questo metodo antico che oggi è più che mai di tendenza è però analogico, per niente digitale. Lascia da parte smartphone ed internet, prepara matita e gomma da cancellare: il quaderno che promette di farti risparmiare il 35% in un anno funziona così. Si chiama Kakebo, dalgiappo- nese puoi tradurre semplicemente “libro dei conti di casa”. Per migliaia di italiani è diventato una vera e propria esperienza di vita. Lo ha inventato Motoko Hai, la prima giornalista giapponese, una donna che ha incoraggiato le sue lettrici a prender nota di entrate, spese e risparmi per promuovere il controllo dell’economia domestica.

PERCHÉ USARLO

Il primo Kakebo della storia lei lo lanciò sul mercato nel 1904. Oggine puoi trovare numerose versioni. In Italia la prima casa editrice a pubblicarlo – e che oggi gli appassionati indicano come “l’originale” – è stataVallardi, che per l’edizione 2018, come spiega il direttore editoriale Marcella Mecia- ni, punta a vendere 30mila copie. «Il kakebo segna numeri in crescita: chi lo ha utilizzato è determinato a continuare a farlo», spiega Meciani.

«Se volete iniziare a risparmiare e non sapete come;se avete bisogno di uno strumento che vi aiuti a ordinare le spese quotidiane in modo semplice e funzionale; se siete alla ricerca di regole che vi aiutino a osservare le vostre modalità di consumo e riflettere sul modo di sostituire le cattive abitudini con altre migliori», recita l’edizione Vallardi. Il metodo è antico. Lo facevano le nostre nonne e il primo bilancio di famiglia che sia stato rinvenuto nella penisola è del 1700. Giovanni Vecchi, professore di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, in 20 anni ha raccolto centinaia di migliaia di quaderni del bilancio familiare del Belpaese. Continua a farlo per il progetto di ricerca internazionale “Historical hou- sehold budget” e attraverso questi rendiconti studia la distribuzione della ricchezza e la diseguaglianza tra classi sociali.

«Il Kakebo», spiega, «è un metodo simile a quello delle nostre nonne, anche se con regole precise: tenere la contabilità aiuta ad acquisire consapevolezza e protegge il denaro».

Come funziona? Il Kakebo prevede che ogni mese si stabilisca quali sono le entrate e le uscite fisse – dall’affitto al corso di formazione, dalle rate delcompu- ter alla previdenza integrativa – stimando il risparmio possibile.

Saprai così quanto denaro disponi per sopravvivere. Prima di iniziare, il consiglio è di riflettere su quali siano gli obiettivi del mese. E si fa anche qualche proposito: dal ridurre i pacchetti di sigarette all’uscire meno alla sera. Ogni elemento è arricchito da consigli. Poi viene la parte più laboriosa: ogni giorno dovresti conservare le ricevute degli acquisti o segnarli, e aggiornare il Kakebo al massimo la mattina dopo durante la colazione. Ogni colonna corrisponde a un giorno, ogni riga a una categoria. Sono solo quattro quelle pensate da Motoko Hani: sopravvivenza; optional (bar, ristoranti, cosmetica o shopping); cultura (libri, musica e spettacoli); extra (viaggi, regali e spese per la casa).

Una pagina di Kekebo

Sommate tutti i totali giornalieri e otterrete la somma della settimana. Alla fine di ogni mese, arriva il momento della verità: inizia la battaglia tra il lupo della spesa e il maialino del risparmio, due mascotte che caratterizzano questo kakebo.Hai raggiunto i tuoi obiettivi mensili? Hai mantenuto le promesse? Una serie di domande stimola la riflessione. E per ogni acquisto ci si deve domandare se sia necessario, se ce lo si possa permettere fino ad arrivare a rivedere le proprie priorità.

CONTABILITÀ

Basta comprare l’agendina e il risparmio è assicurato? Non ne è convinta Alessandra Ziliotto, l’organizzatrice professionista. In pratica, aiuta le persone a tenere in ordine tempo e spazi. E spesso consiglia ai suoi clienti Kakebo. «Ho sempre utilizzato fogli excel per i miei conti ma ho poi capito che fare le somme da sola e senza l’aiuto del computer mi aiutava a prendere maggior consapevolezza, in modo più veloce, del mio tenore di vita. E il solo fatto di doverlo scrivere è per me un deterrente per un ulteriore esborso di giornata. Basta dedicare al Kakebo 3 o 4 minuti al giorno, e avrà un incredibile impatto sulla tua propensione alla spesa. In tre mesi ho cambiato stile di vita: mi sono resa conto che uscivo tre volte a settimana a cena, decisamente troppe per il mio budget. Molte persone faticano a imporsi una griglia di categorie. Per questo io stessa ho creato ulteriori categorie. Ad esempio, la voce “viaggi”. Così consiglio ai miei clienti. Ogni metodo di organizzazione è da personalizzare e cucire in base alle proprie esigenze».